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Libertà di lavorare?
postato da Maurizio Chatel in Polemiche
Gli studenti italiani “potranno” lasciare la scuola dell’obbligo a quindici anni per seguire un corso di formazione professionale, magari come camerieri o telefonisti di call-center. Questa la nuova idea di scuola emersa dalla fucina del centrodestra. Naturalmente l’accento va posto sul verbo “potranno”. Non si intende affatto ledere l’obbligo/diritto allo studio fino ai sedici anni; casomai è una possibilità in più offerta, in quest’aria di crisi, ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro.
Mentre ascolto sbalordito questa ennesima “buona notizia” che si abbatte sul mondo della scuola italiana, penso ai racconti dei miei allievi di ritorno da esperienze di studio all’estero. E in particolare dai paesi di cultura anglo-sassone, come l’Australia. Naturalmente i miei studenti appartengono all’elite privilegiata dei liceali, che di lasciare la scuola a quindici anno non se lo possono permettere. Ma, detto questo per chiarezza, torniamo ai loro incredibili racconti.
Sei mesi di studio negli USA o in Australia sono una bella esperienza. Un pochino costosa, ma decisamente emozionante. Peccato che al loro rientro, questi ragazzi, oltre ad un inglese perfetto, non portino con sé altro bagaglio che un grande desiderio di rimettersi a studiare. E pensare che nei prestigiosi college anglofoni vige da tempo la pratica ipotizzata dal ministro Sacconi: i programmi di studio “liceali” di quelle lande infatti prevedono, oltre a una veloce infarinatura di matematica, letteratura, biologia e pallacanestro, una pletora di “discipline” opzionali che vanno dal cucito alla culinaria – nel senso di imparare a cuocere un Hot Dog -, dall’informatica – alfabetizzazione ai programmi Microsoft – alla meccanica – nel senso di apprendista di un qualche meccanico dei paraggi. Naturalmente il tutto va contestualizzato alle diverse abitudini socio-economiche dei paesi in questione. Si sa che da sempre, in America, i bambini fanno qualche lavoretto per raggranellare gli spiccioli per il cinema o il gelato: portare i giornali, fare i dog-sitter, verniciare le palizzate dei vicini … ma si sa anche che, da sempre, quando uno studente italiano capita in un’università yankee, fa la figura di un marziano capitato per sbaglio in un asilo infantile. Certo non è palestrato come i poderosi figli della generosa America, ma almeno sa com’è fatto un libro e, soprattutto, come si usa.
Scherziaparte, la nostra sana abitudine di sputare nel piatto che ci nutre non conosce limiti, e il desiderio di imitare i difetti altrui ci porterà sempre più lontano. L’idea che incoraggiare la cultura e la crescita intellettuale sia una baggianata ha ormai messo radici profonde anche da noi, e il pensiero che allontanare i giovani dalla scuola sia per essi una “grande opportunità” pare non essere neppure il fondo del barile che i nostri ministri stanno raschiando da anni. D’altronde, per questa classe dirigente, un popolo analfabeta è l’unico investimento che conti, ai fini di una sua indefinita permanenza al potere.
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Ambienti d’apprendimento
postato da Maurizio Chatel in Testi digitali
Se e-book è ormai un termine screditato, è per l’immobilità che sempre i fatti hanno rispetto alle idee. Il WEB è un formidabile acceleratore di particelle: ognuno mette il suo fotone in rete, e la rete cattura tutte le particelle creando una risonanza energetica che ha un valore di grandezza incommensurabile rispetto al singolo contributo. È inutile quindi affezionarsi alle proprie fatiche intellettuali, poiché queste hanno la durata di un battito di ciglia nel perenne flusso della cibersfera.
In questo stato di cose, più che creare oggetti conviene quindi creare ambienti, ovvero piccoli acceleratori di idee capaci di generare flussi continui di energia creativa a partire da una piccola quantità di materia originaria. Se il WEB è l’Anello degli anelli (il CERN delle idee), occorre moltiplicare in piccolo lo stesso principio fisico-creativo, affinché il proprio lavoro non si disperda e non venga snaturato dalla forza schiacciante del “signore degli anelli”.
Creare un ambiente è possibile attraverso un processo sommativo di risorse e di esperienze. Innanzitutto occorre un luogo d’incontro (virtuale), che funga da Ingresso principale attraverso cui i singoli operatori si dispongano in relazione reciproca: il FORUM offre un primo livello di socializzazione, quello delle presentazioni e degli incontri estemporanei per il continuo riallacciamento dei contatti. I Servizi devono essere garantiti per la sopravvivenza fisica dell’esercizio: accessibilità controllata, rifornimento costante di risorse tecniche sempre aggiornate, smaltimento dei rifiuti, il tutto grazie a un preciso coordinamento delle competenze, anche se non è escluso che la corvée sia garantita da un democratico principio di rotazione. Le stanze devono essere funzionali e non in numero eccessivo; innanzi tutto lo Studio, dove hanno luogo i processi di assemblaggio dei materiali; poi Biblioteca e Archivio, la prima costituita da un semplice accesso alla rete generale, il secondo come ambiente protetto di conservazione dei dati sensibili. È superfluo aggiungere che in un tale ambiente manca la Camera da letto: chi non si trattiene può frequentare in assoluto incognito i bordelli dei dintorni.
I materiali provengono dall’umile lavoro del singolo, briciole di idee che l’Ambiente metabolizza immediatamente trasformandole e depurandole; ma a questo processo di metabolizzazione comunque il singolo è chiamato a partecipare, e può seguire, anche se a malincuore, il percorso di trasformazione del proprio contributo verso il suo esito finale, che è comunque sempre un’altra cosa, pur conservando tracce dei componenti originali. L’Ambiente è infatti ancora troppo piccolo per poter alterare in modo profondo la qualità dei singoli contributi, ma tuttavia già abbastanza potente da generare un prodotto capace di resistere alla forza di attrazione disgregatrice del WEB almeno per qualche mese. Entro tale lasso di tempo, l’Ambiente dev’essere in grado di sottrarre i propri prodotti alla forza di gravità del grande Anello rinnovandoli e riadattandoli, in un ciclo produttivo di cui nessuno può prevedere la fine.
Il progresso tecnologico sta trasformando l’umanità in un formicaio, che forse è un habitat migliore della giungla in cui tuttora ci dibattiamo.
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Il lavoro in comune.
postato da Maurizio Chatel in Didattica
La collaborazione con Maria Grazia Fiore mi stimola ad una riflessione storica piuttosto interessante. Sono 35 anni che insegno, e di stagioni ne ho viste. Negli anni Settanta la ricerca didattica e i gruppi di lavoro tra docenti erano ovviamente esperienze in corpore vili, collettivi ideologici e rumorosi organizzati all’interno dell’istituto, tra un’occupazione e un’autogestione studentesca, tra risme di fotocopie e volumi di sociologia inaccessibili faticosamente mediati agli studenti. Il confronto era faccia a faccia tra intellettuali engagé, con produzione di lunghi documenti programmatici e piani di lavoro che tendevano a fare dell’insegnamento una palestra di formazione civile quando non immediatamente politica. Poi tutto si è progressivamente trasformato in forme di più sofisticata sperimentazione: venne l’epoca dello strutturalismo “a tutti i costi”, e la semiologia pretese il suo rituale sacrificale, con intere generazioni di studenti passate alla graticola dell’analisi del testo. Ancora per poco, la ricerca didattica si giocò nel confronto diretto tra persone appartenenti allo stesso milieu professionale: ma indubbiamente furono gli istituti tecnici a guidare la sperimentazione sul campo, alla ricerca di un rapporto più diretto con la realtà storica. Dalla metà degli anni Ottanta tutto è finito. Almeno nella scuola superiore. Il riflusso nel privato e il disincanto per un’istituzione sempre più saccagnata dalla politica hanno avuto la meglio, e di ricerca non s’è più parlato.
Adesso si riparte, anche se a guidare lo sparuto drappello degli apprendisti stregoni sono sempre le scuole primarie, e se nell’ambito del particulare prevalgono i “progetti”, tesi soprattutto a fare cassa a favore di scuole sempre più indigenti. Ma il terreno di confronto non sono più le aule e le fotocopie, ma il WEB e i blog. A parlarsi e a scambiarsi esperienze non sono neppure più i “colleghi di scuola”, quelli che si incontrano quotidianamente di fronte allo stesso tipo di udienza, ma genericamente “insegnanti”, persone a volte senza volto provenienti dai luoghi più diversi e portatori di esperienze molto lontane tra loro. Questo è un elemento su cui riflettere. Come ogni esperienza, anche questa porta con sé elementi positivi e negativi; prima di spingersi troppo oltre, vale la pena di prendere consapevolezza sia degli uni che degli altri, per separare, fin che si è in tempo, “il grano dal loglio”.
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Una riflessione sul 14 luglio.
postato da Maurizio Chatel in Uncategorized
Il primo sciopero in rete. Io ho aderito perché, come sosteneva Kant: fai ciò che devi, avvenga ciò che può. Ma ora è giusto aprire una riflessione.
Quello di Libertà è un concetto filosofico che non potrà mai coincidere con uno stato di fatto reale. Che la Rete sia “libera” è un’utopia che gente come Grillo manipola per i propri fini assai poco chiari; in realtà si sa benissimo che senza il consenso dei poteri di governance reale (che non è quella politica, bensì quella finanziaria) nessun fenomeno di massa con un minimo di backgroud economico potrebbe restare in piedi un solo giorno da solo. Se noi blogger possiamo ancora scrivere è perché siamo ancora al di sotto della “soglia di catastrofe” che potrebbe davvero preoccupare le centrali che governano la comunicazione, soglia rappresentata dalla dimensione del target a nostra portata. Insomma: per quanto il fenomeno possa sembrare esteso, in fondo scriviamo per un’élite, ben lontana dal rappresentare il cuore pulsante della “pubblica opinione”. Non facciamoci quindi illusioni: queste sono scaramucce, la guerra è un’altra cosa.
Inoltre. Siamo poi così sicuri che esista vera Libertà senza regole? Come educatore mi pongo questa domanda ogni giorno, e la mia risposta, fino ad ora, è stata: no. I sacri principi del rispetto reciproco e della verità vengono prima di ogni altra cosa, e questo è ciò che, come “liberi pensatori”, dovremmo imporci di diffondere. Ancora prima di ogni altra questione etica riguardante il comportamento degli altri. Insomma: il nostro dovere – sempre kantianamente parlando – dovrebbe essere quello di prevenire la legge stessa con un comportamento davvero eticamente irreprensibile, tale che ogni tentativo di “regolamentazione” apparisse di poi per quello che autenticamente è, vale a dire un sopruso, senza bisogno di gridarlo ai quattro venti.
Quello di cui, dopo il 14 luglio, avremmo bisogno, a mio parere, sarebbe una Convention nazionale, e poi mondiale, per la creazione di una Carta del WEB, di un documento cioè dei principi che regolano la libertà di espressione.
Non facciamoci guidare dalle Idee filosofiche: abbiamo già visto che fine si fa.
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Oggi sciopero
postato da Maurizio Chatel in Uncategorized

“Adesione all’appello diDiritto alla Rete contro il DDl alfano che imbavaglia Internet.
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Lo studio storico in Internet
postato da Maurizio Chatel in Didattica
Si parla oggi di un rinnovato studio della storia direttamente attraverso le fonti reperibili in Internet. Ma quali fonti!? L’interrogativo è affermativo: infatti l’uso del termine “fonte” è qui perlomeno inappropriato. È bene ricordare a chi legge che la fonte storica è sempre e solo un documento originale, ben diverso dai testi storiografici di interpretazione e divulgazione a cui normalmente si può accedere attraverso il WEB.
Immaginiamo infatti di dover affrontare lo studio dell’impero romano. Non sarà certo facile reperire in rete gli atti legislativi di Augusto o la tavola delle Res gestae Divi Augusti, se non in versione jpeg… Ma neppure se ci avviciniamo alla nostra epoca le cose migliorano: i discorsi parlamentari di Cavour bisognerà pur sempre andarseli a cercare negli archivi storici dello Stato Sabaudo, e non certo in qualche server americano. Siamo seri…
Quello che la rete può offrire è uno spazio di avvicinamento alla conoscenza storica (se si tratta di storia); un percorso fatto di tentativi ed errori, perché, questo sì, la letteratura on-line non è ancora, almeno in Italia, delle più affidabili sotto il profilo scientifico. La “libera storiografia digitale” è sostanzialmente opera di volontariato e di entusiasmo intellettuale, ma il lavoro storico rimane ancora di competenza di pochi specialisti che trascorrono il proprio tempo in archivi polverosi. Quando gli archivi saranno stati digitalizzati, allora potremo parlare di accesso alle fonti, ma non adesso.
Diverso, il discorso, se guardiamo al Novecento. Il tipico documento storico del XX secolo è infatti il fax, il telegramma, la cartella dattiloscritta, tutto materiale che da tempo è stato ridotto in immagini fotografiche, oggi facilmente reperibili nei siti elettronici degli archivi nazionali. Basti citare due casi: l’archivio del Dipartimento di Stato americano – FOIA (Freedom of Information Act) , contenente tutta la documentazione riservata delle operazioni di politica estera statunitense (in pratica: della CIA) fino agli anni più recenti; o l’archivio storico del movimento sionista, con la documentazione riservata degli atti politico-militari che portarono alla nascita di Israele. Insomma, basta cercare, e il Novecento appare oggi, grazie alla rete, un po’ meno oscuro. Qui dunque è lecito parlare di accesso alle fonti, anche se si tratta pur sempre di un accesso… controllato. Ma è possibile immaginare uno studio della storia su questi testi? Quanto lavoro rimane, a carico dell’insegnante, per individuare, selezionare, mediare, comprendere e porgere, con le dovute cautele, un materiale tanto scottante?
Internet non è dunque, o almeno non ancora, la soluzione per una nuova didattica della storia. Il WEB rimane sempre e solo un canale di comunicazione, non la bacchetta magica capace di risolvere ogni problema cognitivo. Ricerca scientifica e insegnamento rimangono due cose distinte. Che tuttavia dovrebbero trovare un terreno di incontro… ma questo è un altro discorso.
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Contenuti digitali
postato da Maurizio Chatel in Didattica
La discussione sui contenuti della didattica digitale (di cui qui riporto un esempio interessante) sta prendendo una piega, forse inevitabile, di marca anglosassone. Inevitabile perché in Europa, ma soprattutto in Italia, il dibattito è piuttosto all’inizio (per non dire carente), e anche perché la riflessione sulla didattica, a livello di ricerca, è davvero una specialità di Oltremanica (e di Oltreatlantico).
Ma proprio per questo il rischio che si corre, a mio parere, è quello di privilegiare quel tipo di apprendimento centrato sul “fare” che è tipico della pedagogia pragmatistica.
Forse è bene ricordare che esistono almeno due tipi di processi psicologico-associativi fondamentali nell’elaborazione rappresentativa e cognitiva: quello primario e quello secondario. Il primo è caratterizzato da una rapida successione di attivazioni neuronali, capace di creare una vasta capacità associativa e una rapida reattività ambientale, tali da permettere una buona presa sulla realtà e una buona capacità di adattamento alle trasformazioni. L’aspetto negativo di tale processo è, ovviamente, la mancanza di profondità concettuale e la scarsa propensione alla simbolizzazione. Da tale processo sorge, come insegna Jung, il tipo estroverso. Il secondo processo è quello contrario, centrato sulla persistenza delle associazioni con una lenta attivazione neuronale, da cui derivano una maggiore propensione all’approfondimento delle singole esperienze e una maggiore capacità di concentrazione, con la relativa astrazione dall’ambiente, e una forte capacità di simbolizzazione. Gli aspetti negativi di questa seconda capacità sono, naturalmente, legati alla paura dei cambiamenti e a un certo conservatorismo caratteriale, tipici del carattere introverso.
Orbene, una didattica pragmatistica è per sua stessa natura unilaterale, ovvero centrata sulla presa della realtà, sul dominio delle dinamiche di trasformazione dei fenomeni, a scapito del loro approfondimento concettuale e semantico, che può derivare soltanto da una più lenta e consapevole elaborazione degli stimoli. Va bene dunque educare ai cambiamenti e ai processi di trasformazione dei fenomeni, ma ricordando che ogni fenomeno è anche portatore di senso, o meglio, è una costellazione di significati.
Digitalizzare l’apprendimento non deve andare a scapito di uno dei due processi, ma deve condurre, finalmente, a una loro armonizzazione, a una ideale interazione tra reattività ambientale e comprensione del senso. Per questo è assolutamente necessario che non solo pedagogisti e psicologi, ma anche i filosofi comincino ad interessarsi un po’ di più di quanto sta avvenendo nel mondo della comunicazione interattiva e digitale.
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A cosa serve riflettere.
postato da Maurizio Chatel in Testi digitali
Ancora sul BarCamp di Fosdinovo.
Ci siamo lasciati, sabato 23 maggio, con un passa parola essenziale e sintetico: facciamo quadrato!
Dopo due mezze giornate di intense discussioni attorno al futuro del testo digitale, dire di più sarebbe stato arduo. Siamo ancora tutti qui che stiamo meditando su quanto è stato detto, e tirare la fila di un BarCamp non è gioco da ragazzi.
Ma quell’appello non va gettato al vento. Alcuni dei convenuti a Fosdinovo sono già – nel loro piccolo – degli “addetti ai lavori”; la maggior parte “abita” – come si suol dire oggi – la rete con ruoli diversi, più di stampo critico e osservativo; altri ancora facevano da quinta colonna dei grandi editori, una quinta colonna dai modi tuttavia franchi e cortesi. Tutti comunque si sono sentiti uniti da una precisa esigenza: non marciare più sparpagliati, cogliere le possibilità di un momento e di un mezzo, per migliorare la qualità della didattica.
Il mezzo più antico del mondo per unirsi è partire da una riflessione comune. Si può “fare” di tutto, ma l’importante è farlo lungo un filo conduttore che indichi una strada. Certo gli interessi dei singoli editori possono anche divergere, e quelli del ricercatore non sono gli scopi di chi gestisce un’attività commerciale, ma uguale per tutti è il momento storico e culturale, ed è indubbio che questo particolare momento ci sta chiamando a delle decisioni. Decisioni complesse, articolate, globali: non è il mezzo in sé che conta, come ho già scritto, ma il perché questo potrebbe essere il momento giusto per un nuovo mezzo di diffusione del sapere. A questo “perché” nessuno può rispondere da solo: occorre articolare un dibattito, approfondire la ricerca sulla necessità di una didattica nuova, o anche solo concretizzare con mezzi più adeguati, oggi disponibili, vecchie idee che gesso, lavagna e libri a stampa rendevano velleitarie. La verticalità, per fare un esempio; o il diritto allo studio vero per tutti, a cominciare dai disabili; o la pluridisciplinarietà del sapere, cosa ancora più scabrosa.
Insomma, faccio una proposta: creiamo una rivista (roba leggera, di facile gestione, senza scadenze fisse), in cui raccogliere gli interventi di chi ci sta, evitando per una volta la volatilità del blog, l’inafferrabilità del singolo post “a tendina”, che troppo spesso lascia il tempo che trova. Fissiamo le nostre riflessioni su un supporto condiviso ma consistente, che renda testimonianza di un percorso, dei punti fermi che si potrebbero raggiungere, della pensosità di ciascuno. Che fissi dei punti di partenza e/o dei punti di non ritorno, al di là sotto dei quali non si debba più scendere, per non ricominciare ogni anno a parlare di quello di cui avevamo già parlato l’anno prima.
Che ne dite?
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2 giorni a Fosdinovo
postato da Maurizio Chatel in Didattica, Testi digitali
Lo SchoolBookCamp di Fosdinovo è finito. In due giorni editori, ricercatori, blogger e docenti si sono incontrati per cercare un’intesa operativa che riesca a fendere le nebbie (o i polveroni) che pesano sul futuro del libro di testo. Due giorni deliziosi e intensi, tra la foce del Magra e le Alpi Apuane, nella cornice rinascimentale del castello dei Malaspina. Nel salutare tutti gli amici con cui ho condiviso questo piacevole impegno (Mario Guaraldi e Noa Carpignano in particolare), mi permetto di proporre una prima rapida sintesi di quanto è emerso dal brainstorming collettivo, in funzione di una semplice raccolta di idee da cui ripartire per la costruzione di nuovi percorsi di ricerca.
Che il problema non sia l’editoria digitale in sé (ormai un dato di fatto che aspetta solo più la conferma del mercato per decollare) ma il testo scolastico, ci costringe ad allungare di molto il cammino della riflessione, facendo tappa prima di tutto sul concetto di apprendimento. Per questo molti interventi hanno ribadito che il problema non è immaginare a priori un nuovo mezzo, ma chiedersi il fine per cui è necessario crearlo, fine evidentemente formativo ed educativo. Ragion per cui è necessario spostare l’area semantica della riflessione dall’oggetto e-book al mezzo complessivo di cui esso è una piccola parte: la rete. La rete è un fenomeno sociale e culturale (sempre più antropologico in senso lato) da “governare”. Attenzione: non intendo dire che c’è bisogno di un potere che la regoli; intendo dire che ciascuno di noi deve costruirsi una strategia per l’uso, prendersi carico di delimitare il territorio in funzione dei propri scopi. E infatti mi pare che fossimo tutti d’accordo nel sostenere che la “nuova” didattica non può limitarsi ad aprirsi alla rete come ad un immenso archivio di dati capaci di sostituire i manuali scolastici, ma che occorre sempre tenere fissa l’esigenza di un progetto che sia finalizzato alla formazione, e quindi di un progetto che sia scientificamente garantito nelle sue possibilità formative. In tal senso la figura dell’editore, in quanto mediatore tra ricerca e produzione, è del tutto indispensabile. Inoltre, sempre rimanendo nella sfera del mezzo (della rete), è emerso con molta chiarezza che la “didattica digitale” non è la didattica che si avvale dei mezzi digitali, ma è una didattica che abita i mezzi di comunicazione digitale, così come la didattica analogica abita/ava i mezzi di comunicazione a stampa. Non si tratta perciò di inventare un modo nuovo di scrivere i testi, ma di assorbire, da un punto di vista formativo, l’evoluzione socializzatrice del WEB 2.0.
Cos’è allora l’e-book, in quest’ottica globale? È innanzi tutto un progetto didattico. Quindi un laboratorio aperto in cui convergono le forze della ricerca scientifica, dell’esperienza didattica che media il discorso scientifico verso la fruizione scolastica, della fruizione consapevole che interagisce in feedback con la produzione, per modificare gli indirizzi astratti della ricerca verso le esigenze concrete e attuali dell’apprendimento. E quindi: interattività, ipertestualità creativa (rompere le barriere disciplinari), concettualizzazione del sapere (dal generale al particolare), multimedialità. Ma tutti questi elementi, come sanno coloro che hanno partecipato al barcamp, sono stati appena accennati.
I lavori sono dunque all’inizio. Con una consapevolezza condivisa: che non c’è nessuna certezza di dove andranno e di quando finiranno. Ci siamo lasciati con la promessa di collaborare in una ricerca che rimetta in gioco anche le nostre professionalità, verso un futuro che dipende molto anche da noi.
Grazie a tutti e arrivederci al prossimo raduno.
08
Dove va la scuola italiana?
postato da Maurizio Chatel in Epigrammi
Notre vie est un voyage
Dans l’hiver et dans la nuit
Nous cherchons notre passage
Dans le ciel où rien ne luit
Canzone delle Guardie svizzere 1793
Comincio col celebre esergo che apre il terribile Viaggio al termine della notte di Céline. Tradotto, suona: la nostra vita è un viaggio nell’inverno e nella notte; cerchiamo la strada in un cielo in cui non c’è luce.
Le stelle polari sono corpi freddi e lontani, e non sono fatte per indicare una meta, perché le mete sono sempre frutto dell’immaginazione di chi viaggia. Ancora Céline: “Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza”. Senza una meta non si va da nessuna parte, ma non c’è meta da nessuna parte. Bisogna dunque viaggiare, perché non abbiamo altra possibilità che questa. Ma è inutile esaurire le proprie forze nello scrutare un cielo muto.
Concludo con un altro celebre motto: “Chi ha orecchie per intendere, intenda”.
Maurizio Chatel è il responsabile dell’area umanistica della BBN, curatore di collana e autore di testi di storia e filosofia. Insegna al liceo, ma non è per questo che è stanco, anzi... la depressione lo afferra quando cominciano a volteggiare per i corridoi della scuola i rappresentanti delle “grandi” case editrici. Per questo motivo ha raccolto la sfida di Noa Carpignano, facendosi carico di una missione impossibile. Nei momenti liberi rilascia 