Apr
16

E se fosse solo un arrivederci?

postato da Maurizio Chatel in Didattica

Marco Guastavigna ci induce spesso a riflettere sull’illusione delle magnifiche sorti  e progressive generata in questi ultimi lustri dal boom del digitale. In questo caso [Il lungo addio] lo fa con piglio neutralissimo, riuscendo lo stesso a seminare un po’ del suo classico gelo. Per la lunga amicizia e la stima che mi uniscono a lui, non resisto tuttavia alla tentazione di rispondergli “per le rime”: sarà alla fine un banale esercizio retorico, ma anche questo non è che un banale blog.

Non entro nel merito delle questioni tecniche, esposte da Marco in tutta chiarezza ed efficacia. Mi piacerebbe piuttosto soffermarmi sul tema del “lungo addio” rivolto evidentemente al libro cartaceo. Anch’io, come il prof. Guastavigna, non credo nella scomparsa del libro di carta, ma non solo per questioni tecniche o cognitive. Ad esse aggiungerei anche il fattore… sentimentale. Banalizzando un po’, si potrebbe pensare al destino del disco di vinile, scomparso dal mercato per vent’anni e oggi in crescita vertiginosa di prezzo sul mercato dell’usato. Verrebbe da pensare che l’artificialità del digitale è buona a stuzzicare certi deliri di onnipotenza destinati tuttavia a spegnersi come un fuoco di paglia. Proprio questo paragone tuttavia mette meglio in risalto le altre ragioni dell’inevitabile (?) dominio della tecnica: ragioni di tipo patologico-consumistico. In sintesi. Un buon disco di vinile non te lo ascolti pedalando per la città, un CD sì; con gli eReader puoi portare in vacanza un’intera biblioteca invece dei due o tre volumi che è possibile stipare in una valigia. Sotto questo profilo, la questione si complica.
Dividiamola in due rami: a) il mondo adulto e b) quello dell’infanzia e prima adolescenza.

a)      Nella vita di un adulto, la questione non è più di carattere cognitivo (qui si parla – sia chiaro – della Lettura con la L maiuscola, non della tossicodipendenza da informazione che caratterizza l’internauta medio). L’unica ragione per preferire l’eReader al libro di carta è quella di poter avere tutto e subito. Trattasi, in sostanza, di pura e semplice bulimia. E lo dico per esperienza personale.
Ovviamente è sempre esistito il “bulimico” della lettura, il fenomeno non è quindi da imputare alla tecnica in quanto tale. Casomai essa lo facilita e lo radicalizza in forme appunto patologiche. Ma questo è un altro discorso. Discorso connesso al consumismo. Se un essere umano ha la possibilità di avere, a poco e prezzo e facilmente, qualcosa di appena desiderabile, perde il senso della misura. Che siano libri o altri esseri umani di sesso opposto.

b)      Negli anni della crescita e della formazione il problema è ovviamente più complesso. Chi può negare che l’importante non è “imparare a leggere” ma imparare a “leggere bene”? E allora: cosa vuol dire “leggere bene”? Agostino di Ippona, arrivando a Milano, rimase scioccato nello scoprire che il vescovo Ambrogio leggeva in silenzio. Per secoli e secoli, infatti, i rotoli si erano letti… parlando. Pensiamo ai dialoghi di Platone, scritti non certo per essere letti in silenzio; o al fatto che le uniche opere di Aristotele che conosciamo sono gli appunti delle sue lezioni. Questo cosa ci dice? Che non c’è una risposta assoluta.
Si dice anche: una buona lettura è una lettura profonda. Ma profonda in che senso? C’è una profondità che rimugina (Nietzsche direbbe che “rumina”) i propri pensieri, e una profondità che attraversa l’universo cognitivo saggiandone la vastità (la profondità ipertestuale). Chi legge “male” legge male sia che abbia tra le mani un libro di carta (non rumina abbastanza), sia che navighi in un ipertesto (zapping). E arriviamo al punto.

Si dice: con il digitale si perde l’abitudine alla lettura profonda. E se cambiasse il concetto di profondità? In una cultura olistica le “profondità” possono essere almeno due (e qualcuno potrebbe arrivare a sostenerne l’infinità): una di tipo “introversivo” – la profondità dello scavo e della lentezza – e l’altra di tipo “estroversivo” – l’ampiezza delle connessioni e la consapevolezza della complessità. Qual è preferibile? Jung ci insegna che i tipi psicologici non sono molti: c’è l’introverso e l’estroverso. Sono modalità cognitive universali e nessuno può dire che l’una sia preferibile all’altra. Non sarebbe forse “preferibile” possedere entrambe le qualità? Dire che la lettura “introversiva” è quella migliore non significa forse toglierci una possibilità?

Vogliamo scommettere che il libro di carta non morirà, e che il tipo introverso preferirà comunque ruminare con lentezza il suo bel romanzo, mentre il tipo estroverso troverà nel digitale ipertestuale le proprie sacrosante soddisfazioni?

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Feb
04

Il misantropo

postato da Maurizio Chatel in Polemiche

*questo non è un blog politico, ma quando ci vuole, ci vuole

Scriveva Pasternac: “Non mi occupo di politica: non mi interessano gli uomini indifferenti alla verità”. Forse la prima asserzione è discutibile, ma la seconda è indubbiamente azzeccata. Oggi più che mai.

Politica e verità: quasi un ossimoro. L’ideologia non è certamente portatrice di verità. Essa, com’è noto, tende a rappresentare, non necessariamente in modo distorto, una particolare visione del mondo, escludendo più o meno consapevolmente quella alternativa. Si dice che le ideologie sono morte, ma con quale conseguenza? Di esse è rimasta la tendenza a semplificare ed escludere, senza il nutrimento di un’idea. Non siamo più ideologici, siamo manichei. Non so cosa sia peggio.

Un’altra conseguenza – strettamente legata alla scomparsa delle idee (quasi una damnatio memoriae) – è la degenerazione del principio di rappresentanza: non scegliamo più i nostri rappresentanti in base a una comunanza di idee, ma sulla base di un impulso. Una dimostrazione? A parte le “tifoserie” di destra o di sinistra, oggi si va a votare ponendosi la domanda “CHI voto”… dimenticandoci che nel momento in cui ESPRIMO un voto, esprimo me stesso: “chi SONO…”.

La propaganda politica oggi è fatta di facce: c’è quella dell’uomo di successo, quella del giovane, quella dell’incazzato, circondate immancabilmente da un alone di folla delirante, certamente non pensosa. Per “scendere in campo” è diventato indispensabile essere noti; la cosa mi fa paura. Qui infatti il discorso si fa complesso… la COMPLESSITA’: un’altra grande assente dal dibattito politico odierno.

Per essere noti, diciamo FAMOSI, non è necessario essere competenti. Si può diventare noti facendo il pugile, il comico, la velina: tutto questo è diventato sufficiente a proiettarti verso la gestione della cosa pubblica. Attenzione però: questa non è responsabilità dei partiti, ma del “popolo”. Certo, i partiti cavalcano l’onda, fanno il pieno di celebrità per fare il pieno di voti, e quindi si fanno corresponsabili della deriva populista… ma proprio tutti?

Dicono: “i partiti fanno tutti schifo…”. Semplicemente, sono gli uomini che fanno schifo; un Partito è una comunanza di idee, non un’accozzaglia di gente… un Partito è un’idea, non una persona. Ci sono quindi partiti che hanno idee perché hanno una Storia, e altri che sono sorti attorno a una faccia, e sono quindi senza Storia (anche, e forse soprattutto, all’estrema sinistra, dove quello che conta è distinguersi, non unirsi – e questo già all’epoca di Marx il quale, com’è noto, non ha mai accettato di allearsi con nessuno… Grillo ha imparato bene la lezione).

Ma che cos’è “Storia”? Niente intellettualismi… intendo per Storia la traccia lasciata in noi dalle esperienze. Se voglio governare, devo sapere come si fa, devo cioè averne fatto esperienza. Questo percorso di esperienza nell’amministrazione lo garantisce solo un’organizzazione che seleziona i suoi quadri, li forma, li responsabilizza gradualmente – dai piccoli incarichi a quelli più pesanti – proponendoli democraticamente all’elettorato. Una formazione “storica” fatta di capacità DIMOSTRATA di risolvere i problemi, di sapersi confrontare con la complessità del reale; ma anche di coscienza del valore che hanno avuto nel passato le idee. La Storia infatti insegna che non esistono idee “nuove” ma solo modi diversi di coniugare le idee con la realtà. Le idee di “giustizia”, “equità”, “uguaglianza” non hanno niente di nuovo; quello che cambia è il loro rapporto con il reale.

La Politica è fatta di piccoli passi: se sei giovane, vai a fare il consigliere comunale; ma non ti mando in senato o al governo solo perché hai una bella faccia da trentenne. A prendere le decisioni difficili, quelle in cui ci si misura con la finanza mondiale, con gli interessi delle grandi potenze, con i debiti pubblici lasciatici in eredità dal Welfare da Guerra Fredda, io preferisco mettere un volto scavato dalle rughe della consapevolezza e della sconfitta.

Dicono: “i politici sono tutti ladri…”. Allora mandiamo a casa i ladri, ma non i partiti. Perché “mandare a casa” i partiti vuol dire mandare a casa le idee, e questo succede solo nelle dittature.

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Jan
19

Uno, nessuno o centomila?

postato da Maurizio Chatel in Didattica, Polemiche

In merito al decalogo (+1) proposto dalla Garamond, vorrei fare alcune osservazioni. Intanto, sono allergico ai decaloghi in generale, soprattutto quando nascondono in forme più o meno efficaci messaggi pubblicitari…

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È abbastanza ovvio che, per gli addetti ai lavori, c’è poco da discutere: anzi, possiamo aggiungere l’enorme risparmio di carta in termini ecologici.
Vediamo però di metterci dal punto di vista del fruitore.

[col libro di testo, scrive Quadrino] – posso accedere ai contenuti solo in modalità “read only”, ovvero “solo lettura”, senza possibilità di modificare, integrare o arricchire un testo fisso (a stampa o in digitale, in questo caso poco cambia), di cui è “proprietario” un editore che mette il “copyright” sul teorema di Pitagora o sulla biografia di Giacomo Leopardi (?)

Qui ci sono due considerazioni di natura diversa, che andrebbero distinte.
A) La “possibilità di modificare un testo”… tutto qui?! (come disse re Theoden nella battaglia del Fosso di Elm)

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È questo l’irresistibile balzo in avanti dell’editoria digitale? Se come docente – o come discente – voglio arricchire e integrare i contenuti disciplinari, che differenza fa se inserisco un mio percorso “nel” testo o in un folder personale – digitale o cartaceo – fatto di documenti, appunti, immagini e quant’altro procuratomi via Internet o dall’insegnante? Suvvia… ci sarà qualcosa di più determinante per la qualità dell’insegnamento!

B) Il copyright ecc… se mi permettete, qui ci vedo un po’ di malafede. Un libro di testo fatto bene spiega il teorema di Pitagora e commenta/documenta la biografia di Leopardi, altrimenti non lo adotto. Facciamo attenzione a non trattare sempre gli insegnanti come poveri grulli. Forse ci sono editori che credono di fare gli editori mettendo in rete il teorema di Pitagora e la biografia di Leopardi, ma che “lavoro” è il loro?

[dice...] – ho a disposizione un testo, ma ne escludo di conseguenza altri 10 o altri cento o mille, che magari espongono un argomento molto meglio di quello che ho in uso (il manuale in adozione è un bene “rivale”, nel senso che scegliendone uno, escludo di conseguenza tutti gli altri)

Mettiamoci nei panni di un insegnante di storia del liceo (scusatemi, ma è l’unica cosa che so fare): ho due ore alla settimana per sviluppare il programma; cosa faccio? Prendo mille testi – rigorosamente on line – e trascorro alcuni mesi a selezionare un po’ qua e un po’ là le cose che mi piacciono. Beh: buon divertimento!
Scherzi a parte, forse avrei bisogno di scegliere – con tutte le attenzioni e la scrupolosità necessaria – uno strumento utile e certamente perfettibile (con materiali aggiuntivi da me moderatamente selezionati) che mi permetta di organizzare con serietà ed efficacia il mio piano di lavoro. Anche perché fare zampettare una classe di qua e di là tra diverse metodologie e approcci argomentativi decontestualizzati dal loro processo epistemico è solo indice di dilettantismo, non di creatività.

- contribuisco ad una formazione uniforme e standardizzata, tipica del modello industriale della società di massa, quando oramai è universalmente acquisito che la formazione più efficace che il nostro tempo richiede è quella personalizzata creativa, flessibile e basata su problemi.

Questo punto mi sembra un po’ troppo ideologico. Non siamo negli Stati Uniti, patria della democrazia, in cui i testi devono essere approvati da una commissione statale. La scelta è da noi abbastanza ampia, e parlare di pensiero unico solo perché, per ovvie ragioni, ai miei 25 lettori… pardon, allievi, è meglio che faccia comprare lo stesso testo, mi sembra francamente esagerato. O vogliamo far studiare 25 ragazzi su 25 testi diversi? In questo caso, sarebbe più realistico avere 25 insegnanti per classe.

 - perpetuo un modello didattico della “scuola del programma”, quando dovremmo già da anni essere passati alla scuola della programmazione e delle “indicazioni nazionali” a favore della libera pianificazione che qualifica la professione docente.

Sono totalmente d’accordo. Ma, sempre stando alla “Storia”, quali sono le differenze tra un programma ministeriale e le “indicazioni nazionali”? Non è un’invenzione del ministero la successione cronologica del passato dalla preistoria al Novecento; che cosa potrei insegnare di alternativo? Il futuro? Personalmente, in 35 anni di insegnamento, dei programmi ministeriali me ne sono sempre fatto “un baffo”, scegliendo quello che ritenevo indispensabile e produttivo nell’economia molto stretta delle mie ore cattedra.
Su questa storia dei programmi andrebbe fatta un po’ di chiarezza e meno demagogia: il problema non è cosa insegno, ma come. Finché non cambierà l’epistemologia storicista – e questa non è una scelta che compete al singolo insegnante e neppure ad un intero dipartimento – tutto quello che insegnerò in modo alternativo sarà pericoloso, perché esporrò i miei allievi al disorientamento e al disadattamento nei confronti del paradigma (attenzione: un paradigma non è un pensiero unico) dominante. Si può essere alternativi cum grano salis, mettendo a confronto ciò che si sa con ciò che si potrebbe sapere, ma un insegnante (di scuola dell’obbligo soprattutto) non è tenuto a fare di più.

- ho per un anno o per un intero trienno una sola fonte, una sola voce, un solo autore, quando le versioni possibili sono tante e diverse e il fine dell’educazione è la formazione di una coscienza critica, capace di selezionare fra fonti e versioni diverse e molteplici.

Un buon libro di testo può e deve fare questo, altrimenti non è un buon libro di testo. Il tutto però nell’ottica di un percorso che leghi le diverse interpretazioni sotto un filo coerente di lettura. Senza il filo della lettura, il tutto diventerebbe molto simile allo zapping televisivo, Dio ce ne scampi!

- non metto in pratica le indicazioni delle nuove norme (Legge 128/2013, art. 6) che prevedono esplicitamente il superamento del regime dell’adozione del libro di testo, indicando nuove forme di selezione e proposta di contenuti e risorse didattiche digitali

Nominalismo… il problema non è adottare un libro di testo, ma dotarsi degli strumenti più utili ed efficaci. E qui valgono tutte le osservazioni fatte sopra. Togliere potere alle major editoriali è un nobile compito, ma distruggere l’editoria scolastica è un altro paio di maniche. Piuttosto mi preoccuperei di creare maggiore competitività sul piano della qualità, impegnando le risorse intellettuali del nostro paese in un ampio programma di revisione della didattica. Perché le conseguenze delle proposte “garamondiane” sono due: nessun editore, ma un indistinto calderone di dati senza capo né coda a cui attingere senza una guida; un monopolio dei produttori di software e di app che nutrono un’altra bella fetta di mercato: quella dei devices, che come si sa sono prodotti da sant’uomini tutti disinteressatamente intenzionati a nutrire la mente dei nostri ragazzi. Con buona pace della nostra coerenza politica.

PS.

I costi dell’editoria digitale. Questa è – per il momento – l’unica novità percepibile a livello di pubblica opinione. Ma un editore non è qualcuno che scrive i libri, bensì un datore di lavoro. E come li paga i suoi autori, a furia di CC e Open source? Tu dici: è l’aggettivo possessivo “suoi” che è sbagliato. Ognuno sia autore di se stesso. Ragazzi, non stiamo vendendo caramelle, ma strumenti di educazione. Vogliamo darci delle regole e dei principi di controllo?

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Dec
17

Biancaneve e i quattro nani

postato da Maurizio Chatel in Didattica, Testi digitali

L’editoria digitale scolastica, “sponsorizzata” dal MIUR nel triennio 2010-2013 attraverso le gare MEPA per la produzione di testi multimediali – iniziativa giunta alla sua seconda tappa importante nel convegno di Roma del 12 dicembre 2013, in cui venivano presentati i prototipi vincitori dei bandi scolastici – non gode di ottima salute. Per esser più chiari, ha le gambe gracili e poco senso dell’orientamento.

Come ha fatto notare anche Gino Roncaglia in un video-intervento, malgrado l’Italia vanti un’editoria scolastica tra le migliori d’Europa, a raccogliere la sfida del ministero – ma soprattutto dei tempi – è stato un pugno di piccoli editori indipendenti dotati di tutt’altro che grandi mezzi. Sulle ragioni di questo “gran rifiuto” del digitale da parte delle major scolastiche si è dibattuto e litigato a lungo, e non voglio farne questione qui; quel che è certo è il senso di fragilità che ti coglie in questi eventi pubblici in cui i piccoli e volenterosi editori cercano la propria sacrosanta visibilità. Questa fragilità ha delle ragioni che vorrei cercare di comprendere, per fare della consapevolezza un punto di forza da cui prendere slancio.

Oggi chiunque sia dotato di dispositivi elettronici non fa fatica a immaginare il peso economico che hanno la ricerca e la produzione di software per le innumerevoli applicazioni in uso nel WEB. I grandi marchi del settore hanno quotazioni di borsa vertiginose, e la loro reciproca concorrenza produce innovazioni fondamentali a ritmi mensili. Gli strumenti di creazione, stoccaggio e condivisione di documenti on-line – con tutte le applicazioni annesse e connesse – creati da Google e Microsoft, per fare solo due nomi, investono ormai anche il settore educativo con funzionalità inimmaginabili due anni fa. Con un’accessibilità totalmente gratuita, il lavoratore intellettuale ha a propria disposizione una rete globale di documenti che può rielaborare e personalizzare classificandoli in un proprio repository condivisibile gratuitamente con chiunque egli voglia. Per farla breve: come insegnante, posso oggi generare una, dieci, cento classi virtuali all’interno delle quali gestire la produzione e lo scambio di una gigantesca quantità di dati – dai file ai video agli eserciziari – senza praticamente far sborsare un centesimo ai miei allievi… perché dovrei far loro pagare un prodotto editoriale che, molto più in piccolo, fa praticamente le stesse cose? Attenzione, “molto più in piccolo” non vuol dire che le fa male, ma che le fa senza quel background tecnologico in grado di reggere la potenza di fuoco dei colossi sopra citati. Gambe gracili, appunto.

In questa situazione, i piccoli editori hanno le idee chiare su come distinguersi? Perché, a mio parere, il problema è tutto qui. Saper cogliere le novità e le tendenze è una qualità fondamentale, ma scimmiottarle conduce solo a dei disastri. E qui mi viene da porre una domanda molto provocatoria: è davvero un’esigenza DIDATTICA quella di poter personalizzare un documento (storico, scientifico, filologico), o è un effetto di IMITAZIONE indotto dalle più recenti innovazioni informatiche? In altri termini: lo voglio fare perché mi serve o semplicemente perché si può fare? E dunque: che cosa distingue un prodotto editoriale da un dispositivo di digitalizzazione dei dati? Ovviamente: piegare la tecnologia alle autentiche esigenze di una pedagogia innovativa. Un prodotto editoriale non può limitarsi a offrire dei servizi – per quanto innovativi e à la page – ma ha la responsabilità di proporre delle soluzioni metodologiche ad ampio raggio. La consapevolezza di un editore digitale dev’essere quella di comprendere che non sta solo mutando il panorama dei canali di comunicazione – dei MEDIA – ma che con esso vanno destrutturandosi-ristrutturandosi anche i codici; insomma, siamo in una fase di trasformazione del paradigma, come è stata l’invenzione della stampa nel 1500. Senso dell’orientamento, quindi.

Chi non ha le strutture per competere sul mercato globale dei servizi digitali può anche offrire degli ottimi prodotti, che tuttavia finiranno per rimanere relegati nella nicchia di una domanda che non sta cercando il meglio, ma semplicemente “qualcosa”, non avendo tutte le competenze necessarie a raggiungere gli strumenti più avanzati. A fronte delle 20 scuole partecipanti al Piano per l’editoria digitale, ci sono centinaia e forse migliaia di docenti che da anni scambiano dati e documenti in rete coi loro allievi senza aver bisogno di prodotti strutturati piuttosto rigidamente (e che comunque sono costati). È vero che per due anni la sperimentazione prevede l’utilizzo gratuito dei prototipi vincitori, ma poi? Chi non ha la forza di una multinazionale deve quindi cercare altre strade, che sono quelle dei contenuti e di un confronto metodologico ad ampio raggio con la prima delle due categorie interessate all’acquisto di testi digitali: quella degli insegnanti. Ma qui torniamo al discorso sui libri di testo.

Che cosa cercano i docenti nel mondo dell’editoria digitale: testi o piattaforme? Credo, allo stato delle cose, che molti (non ancora moltissimi) cerchino testi (libri di testo) senza ancora aver ben metabolizzato il concetto di piattaforma editoriale. Come si è evinto anche a Roma da alcuni interventi significativi, la proposta di tre su quattro degli editori, centrata sul libro digitale “fai da te”, ha trovato spiazzati proprio quei docenti che, non avendo sofisticate capacità di navigazione, più che di “costruire” un libro hanno bisogno di “usarlo”. A questo dato inequivocabile aggiungerei un’ulteriore considerazione: se si vogliono portare gli insegnanti (e non sempre gli stessi avventurosi aficionados) verso l’innovazione digitale, occorrerebbe prendere di petto non le loro carenze (tecnico digitali) ma le loro competenze,  occorrerebbe cioè parlare loro di insegnamento-apprendimento, e non di scorciatoie buone per apparire all’altezza dei loro allevi. Occorrerebbe cioè destrutturare il testo usufruendo delle grandi opportunità del digitale – ipertestualità, condivisione, liquidità e granularità, pianificazione concettuale dei percorsi (non VS ma a fianco della linearità), sinossi semantica dei contenuti, accessibilità e inclusione delle disabilità, rimodulazione graduale dei metodi didattici, continuità e permeabilità tra gli ordini di scuola e le fasce di età – senza privilegiare sempre e solo chi è già “dalla nostra parte”. Pensare a piattaforme editoriali che “accendono la curiosità” dei ragazzi senza fare i conti con la responsabilità e le esigenze di chi quelle piattaforme deve rimodellarle giorno per giorno secondo precise esigenze didattiche, è assurdamente miope. Il primo fruitore dei libri di testo digitali è il docente, che da essi deve ricavare lo spunto per una nuova possibile impostazione dell’intero processo formativo, e non solo per un’unità di lavoro sulla cellula o il medioevo. Se, come (piccoli) editori non tendiamo a questo, allora – come si suol dire – non c’è proprio partita.

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Dec
09

De eBookorum Natura (2)

postato da Maurizio Chatel in Didattica, Testi digitali

«A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire» [Guglielmo di Occam]

 Perché il carro armato di Leonardo non fu mai usato?
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1) Un’invenzione è utile nella misura in cui è compresa; 2) è compresa nella misura in cui è utilizzabile; 3) è efficace nella misura in cui risolve problemi concreti. Ma lasciamo stare Leonardo e veniamo agli eBook…

Facendo ancora un piccolo passo indietro. Torniamo agli anni dei video tape, alle biblioteche  scolastiche piene di nastri VHS con l’intera storia del teatro, documentari scientifici di prim’ordine, e quant’altro. Perché non nacque un METODO da quella rivoluzione tecnologica? 1) Perché l’insegnante medio (nel senso di medio-cre) era quello che imbucava il nastro nel lettore e poi si sedeva al fondo della sala a correggere i compiti arretrati mentre la classe era tenuta a balia dalla tivvvvù. 2) Perché la famosa “sala video” era una sola in tutta la scuola e per visionare un nastro dovevi metterti in lista ad inizio quadrimestre. 3) Perché non c’era una produzione di video pensati per la scuola (almeno in Italia) e la maggior parte del lavoro formativo era ancora delegato alla lezione frontale.

Poi vennero i “laboratori d’informatica”. Un’altra rivoluzione mancata: 1) perché i docenti alfabetizzati al digitale erano (e sono) una minoranza – naturalmente parlo di docenti capaci di produrre un percorso formativo strutturato all’interno di un sistema operativo complesso e interagente con il WEB. 2) perché il laboratorio d’informatica era (e rimane) un unico ambiente con macchine di solito obsolete a fronte di scuole sempre più affollate; 3) perché per lunghi anni il mondo del digitale ha seriamente trascurato il mondo della scuola, se non con trovatine di poco conto.

E siamo così giunti nell’epoca dell’eBook e dei Devices iper-tecnologici. Chi ne denuncia il precoce fallimento dovrebbe tenere conto di alcuni fatti: 1) l’età media dei professori  (soprattutto delle superiori) in Italia è di cinquant’anni; vale a dire che abbiamo a che fare con gli stessi che hanno già visto/fatto fallire due ipotesi di innovazione piuttosto consistenti; 2) la connessione a Internet nelle scuole serve quasi esclusivamente a permettere il funzionamento delle segreterie: le classi sono le stesse di quarant’anni fa; 3) chi dovrebbe produrre eBook insegue pure logiche di mercato e quindi considera (per forza di cose) la didattica un non-investimento. Proviamo ad approfondire quest’ultimo punto.

A parità di contenuti, un eBook didattico è più efficace su un dispositivo portatile che su uno fisso, per la semplice ragione che è più facile IMMAGINARE una classe di allievi dotati di tablets piuttosto che una classe di studenti ciascuno a una postazione internet. Bene… ma qual è l’idea del Tablet/iPad che “innanzi tutto e per lo più” ha lo studente/insegnante medio(cre)? Quella che gira nell’informazione di massa: una scatola magica piena di giochi, musica e app, uno sciocchezzaio consumistico buono per isolarsi completamente dal mondo. E allora torniamo al carro armato di Leonardo: 1) prima di usare efficacemente uno strumento (nuovo o vecchio che sia) occorre comprenderlo nelle sue autentiche potenzialità. Le potenzialità del Tablet/iPad prevedono un suo uso INTELLIGENTE? Qualcuno dovrebbe prima di tutto preoccuparsi di dare una risposta a questa domanda, e non uno qualsiasi ma possibilmente un esperto di formazione e di didattica. Attenzione: io qui capovolgo i termini della questione: il problema non sono i ragazzi ma ciò che gli mettiamo in mano. Infatti: 2) riempire la scuola di Tablet senza aver ri-pensato al libro di testo (eBook) è la pià grande idiozia di questi tempi idioti. Offrire “programmi educativi” senza contenuti ma tecnicamente miracolosi è – al pari tempo – un atto di pura e totale irresponsabilità, perché vuol dire privilegiare il canale rispetto al messaggio, lo stesso errore che ha condannato la TV a diventare un immondezzaio. E poiché Tablet e iPad stanno venendo sempre più ad assomigliare ad immondezzai, non c’è da stupire se i cinquantenni storcono il naso all’idea di portarli in classe. 3) il grande problema che i miracolosi dispositivi moderni dovrebbero risolvere, a mio modesto parere, è quello di facilitare l’apprendimento. Non perché gli studenti del 2000 sono diventati sub-umani, ma perché vivono in un sistema comunicativo che non è più quello del testo stampato. Ma per facilitare l’apprendimento è indispensabile che il mezzo (il MEDIUM) non assorba più attenzione del contenuto. Occorrono quindi bei contenuti, non belle app. Occorrono cioè libri di testo, ovviamente in formato digitale, capaci di rivoluzionare l’apprendimento, agganciandolo in forma non-strumentale al sistema comunicativo vigente.
Ma ho come un sospetto: il Tablet/iPad non è nato per essere intelligente, ma appetibile e consumabile. Ci sarà un editore capace di dominarne il fascino auto-distruttivo trasformandolo in uno strumento di liberazione e di progresso?

 

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Dec
08

Ehddddddàjjje

postato da Maurizio Chatel in Polemiche

Nientemeno che l’OCSE ri-scopre (pare la tela di Penelope) che il tablet non aiuta l’apprendimento… poiché le braccia mi sono già cadute adesso non mi restano che le mutande. Ma tant’è, è ormai evidente che quando si parla di scuola pochi sanno di cosa stanno parlando. Perché prendersela con il tablet è come prendersela con la lavagna o coi gessetti: se sulla lavagna non c’è scritto niente, effettivamente a cosa serve? Se nei tablet non gira un prodotto culturale didatticamente rilevante e consistente, perché l’insegnante lo dovrebbe usare? Perché la Pera glielo regala!? È questa l’innovazione che molti (e adesso anche l’OCSE??) intendono? Tipo l’editore che dice: facciamo le scatole e che gli insegnanti se le riempiano! Mi pare d’aver già scritto (ma non chiedetemi di andarlo a cercare) che l’innovazione è nei metodi e nei contenuti, non nei mezzi. Dicono: mettete i ragazzini in una biblioteca e vedrete come imparano! Bene: mettete una biblioteca sui tablet e vedrete come imparano!

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Nov
30

De eBookorum Natura (1)

postato da Maurizio Chatel in Testi digitali

«L‘espressione stessa ―libro di testo online – è, a ben vedere, un ossimoro: libro di testo – etimologicamente ―libro di testimonianza, di riferimento – è qualcosa di normativo, quindi di fisso e reperibile con certezza, mentre la caratteristica dell‘ “online” è di essere sempre modificabile, facilmente deperibile. Come coniugare ciò con il concetto di libro di testo, su cui le conoscenze sono stabili o, per meglio dire, nel quale stanno scritte in modo indelebile le acquisizioni di quella che viene chiamata ―scienza normale?»
[Maria Teresa Di Palma - Dal manuale tradizionale a quello online: tecnologia e innovazione nella scuola italiana]

Continua, sotto nuova veste, la mia riflessione sui libri di testo cominciata qui.

Ho riportato in esergo un’osservazione dell’amica Maria Teresa che mi pare molto impegnativa, e spiego perché. Nell’ormai stranoto convegno di Pisa di inizio novembre, Roberto Maragliano ricordava che non esiste una memoria storica dei libri di testo, un repository a cui attingere per reperire la storia della manualistica scolastica (italiana?). In che senso, allora, un “libro di testo” sarebbe “stabile”? La stabilità è qualcosa che inerisce al supporto o ai contenuti? Probabilmente molti conservano negli infernotti della propria libreria almeno una testimonianza dei propri trascorsi scolastici – una vecchia grammatica per es. – ma non è certamente questo a cui pensa Maria Teresa.  Il riferimento è allora alla struttura disciplinare e/o epistemologica a cui un manuale afferisce? Cioè: un libro di testo deve radicare bene nel sistema scientifico del suo tempo? Ma qual è il “tempo del sapere”? Un secolo? Un decennio? L’oggi? Era già difficile, nei tempi d’oro della scuola italiana, trovare testi che rendessero conto di quanto avvenuto non diciamo dieci, ma venti o trent’anni prima, nel mondo della ricerca, e questo non per demerito degli editori (e degli autori) ma di un corpo insegnante che ha sempre preferito ripetere ciò che già sapeva (?)  (i suoi studi, la sua formazione) piuttosto che mettersi in gioco con nuovi saperi.  Ma, di nuovo, non voglio credere che M.T. pensi a questa (pseudo) stabilità, che piuttosto chiamarei immobilismo.

Sono assolutamente d’accordo sul fatto che la didattica ha un punto di origine in quella che Umberto Eco chiama l’Enciclopedia, ovvero la “competenza storica” condivisa da una cultura (da un’epoca). Senza questo orizzonte di riferimento – di significati, di segni, di regole e procedure – ogni pretesa di insegnamento è un puro e semplice atto criminale, con buona pace dei rivoluzionari del “fai da te”. Ora, la mia domanda è: dove si fissa, in termini di supporto, un’Enciclopedia? Che differenza c’è, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, tra un Liber e un server? È una provocazione, certo, perché le differenze sono molte, ma non sono stringenti. Occorre allora chiarire che l’orizzonte di riferimento della didattica non si limita all’”albero del sapere” del “mio tempo”, ma ingloba il sistema stesso della comunicazione (e anche delle gerarchie). In una società che propone una comunicazione reticolare, una “semiosi” planetaria, il libro di carta non è più efficace, senza con questo voler affermare che sia inutile. In un mondo che non tollera più il principio di autorità (avendolo sostituito tout court, ahimé, col carisma se non con la celebrità), il libro di testo ha perso molto del suo senso, ma non la parte migliore.

Il problema del “libro di testo” appartiene al più ampio dibattito sulla COMPLESSITA’ (Maria Teresa docet) e ridurlo a crociata è un immiserirlo a “specchietto per le allodole”.

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Nov
24

Parliamo di scuola o di editoria? Ma può un editore scolastico disinteressarsi di pedagogia e didattica? Chi oggi sventaglia la rivoluzione del “fai da te” digitale – quella dell’insegnante-autore-editore-redattore – mi potrebbe spiegare su quale base scientifica fonda le sue argomentazioni? Sono ormai decenni che assistiamo impotenti a pseudo-riforme scolastiche fondate esclusivamente sui tagli dettati dal ministero dell’economia, su rimaneggiamenti insensati degli ordini e dei programmi, senza uno straccio di idea fondativa su come si concili il diritto allo studio con un complessivo processo formativo. In questa folle gara demagogica tesa a far apparire la cultura come qualcosa che non deve costare, adesso si affacciano anche editori che affermano che il libro di testo “ha fatto il suo tempo”.  Ma che significa? Chi lo dice, a parte la “vox populi”? Comunque, che lo pubblichino gli editori o gli insegnanti,  che sia digitale o stampato, un supporto didattico (vogliamo chiamarlo libro di testo?) è sempre un supporto didattico. E allora, dove sta il problema? Nel costo, nella qualità, nei contenuti, nelle competenze scientifiche? Vogliamo distinguere queste cose, o davvero pensiamo che siano questioni di lana caprina? Perché, se  è così, se questo è il nuovo volto della politica “dei cittadini”, allora è vero che al peggio non c’è mai fine.

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Nov
19

Crediamo che una costruzione
collaborativa della conoscenza 
che coinvolga sia i docenti che gli
studenti dovrebbe essere
supportata da opportuni  ambienti
didattici. [M. Schrage, Shared Mind:
the new technologies of collaboration]

Ma il problema qual è: l’apprendimento o il diritto d’autore? Si vogliono eliminare i manuali scolastici per migliorare l’apprendimento o per democratizzare le risorse in un più vasto programma di carattere sociale? Sarebbe bene fare chiarezza su questo punto. Al contrario,  la polemica tende ovviamente a fare di tutte le erbe un fascio, un po’ per confondere le idee e un po’ perché le idee sono confuse.

La rinnovata querelle su “libri di testo sì” – “libri di testo no” oggi si colloca nell’ambito più generale dei nuovi mezzi di comunicazione, o meglio: del nuovo m.d.c., la rete. L’innovazione del digitale giustifica il riproporsi di una questione certamente importante come quella dei supporti didattici, ma non cruciale. Perché non cruciale? Semplicemente perché la rete, di per sé – al punto in cui ci troviamo – non è un supporto (come il nastro magnetico o la tipografia) ma un Sistema. Vale a dire: la rete incide sulle relazioni stesse modificando molti dei presupposti comunicativi tradizionali. A cominciare, visto che si parla di Educazione, dalla possibile applicazione di un’autentico Apprendimento collaborativo.
Ora, chi si intende di A.C. (e non lo sbandiera solo quando se ne ricorda), sa che “qualsiasi compito o processo collaborativo ha una durata definita, un inizio e una fine, e la natura delle interazioni di gruppo e i bisogni del supporto del gruppo cambieranno in questo arco di tempo” [A. Kaye, Apprendimento collaborativo basato sul computer]. In parole povere: l’apprendimento collaborativo ha uno scopo leggermente diverso da quello della formazione: risolvere un problema (problem solving) o portare a compimento un progetto. Tradotto in bassa cucina didattica: non posso impegnare una classe di 35 allievi in un progetto cooperativo che dura 9 mesi. “L’esperienza di lavorare o apprendere in gruppo può essere associata con cadute d’attenzione e perdite di tempo ed essere frustrante, costosa in termini di tempo, conflittuale (…). In una situazione scolastica, sembra che metodi di apprendimento cooperativo migliorano i livelli dei risultati solo se incorporano obiettivi di gruppo…” [A. Kaye, cit.].

Che c’azzecca tutto questo coi libri di testo? Un l.d.t. è un supporto, non un sistema, e la sua finalità è la formazione, che è un processo e non un metodo. La scelta dei supporti didattici non può essere un processo collaborativo, perché riguarda la competenza e la responsabilità del Tutor. Non c’è apprendimento (collaborativo o no) che non si basi su dei supporti, a meno di tornare a una concezione innatista del sapere. Qualsiasi “problema” io proponga al gruppo classe, dev’esserci una competenza di base che permetta ai discenti di comprenderne la natura. Dev’esserci quindi stata un’informazione preventiva. Non posso far risolvere un’equazione senza aver spiegato un po’ di matematica.

Ripeto quindi la mia domanda agli sbandieratori della “rivoluzione in Carrozza”: di cosa stiamo parlando, di apprendimento o di formazione? Di scuola o di editoria? Un po’ di chiarezza, per favore…

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Nov
18

È tornato di moda attaccare i libri di testo. Una delle vecchie lotte post-sessantotto. Niente da dire “contro” il sessantotto, ma, insomma, Carletto sosteneva che ‘Sembra che tutto si presenti due volte, una come tragedia e una come farsa’. Quello che vorrei capire, da vetero-marxista qual sono, è “che cosa c’è dietro”. Chi rappresenta la “falsa coscienza” e chi quella “buona”. Non diamo niente per scontato, appunto per non cadere nella farsa. Oggi le carte sembrano davvero stranamente mischiate: ci sono editori che giocano il ruolo dei rivoluzionari e rivoluzionari quello degli editori. Ma le cose stanno davvero così? Negli anni ’70 i fronti vedevano contrapposte ideologie forti, anche se non necessariamente “buone”: una didattica crociana imposta anche con le ispezioni ministeriali scuola per scuola, e un vento libertario epifenomeno di una nuova egemonia culturale (in senso gramsciano)… basti pensare alla forza di editori come Einaudi.

Oggi l’egemonia culturale (sovrastruttura) si è spostata a destra, e la sua “struttura” economica è il tardo capitalismo globale i cui punti di forza non sono più i grandi cartelli industriali ma un mercato finanziario che ha totalmente asservito l’industria culturale (Adorno, Horkheimer). In parole povere: la spinta rivoluzionaria è diventata populismo a causa di modelli semplificatori della realtà, pre-fabbricati nei luoghi deputati della nuova cultura egemone: il WEB 2.0.

Torniamo agli anni ’70. Quando mi fotocopiavo le unità di lavoro per il quadrimestre – insieme ai colleghi in sala insegnanti e non davanti al video a casa mia – andavo a cercare contenuti alternativi nei grandi testi censurati dal sistema educativo dominante. Oggi invece che cosa si propone all’insegnante-autore-editore-redattore? Di saccheggiare la rete? Di fare cioè un lavoro non molto diverso da quello che fanno gli studenti per costruire le loro tesine e ricerche? E su quali presupposti epistemici ed educativi? Qual è il modello interpretativo della realtà che si vuole cercare, in contrapposizione a quello offerto dai Grandi Editori? O è solo una questione economica (i libri di testo costano troppo)?

Negli anni ’90 la lotta contro le lobby di pensiero si è spostata sul WEB – quello 1.0, per intenderci, dei siti statici e non interattivi. La novità era imponente e c’era molto piacere ludico nel farsi “autori” a costo zero. Ma, appunto, Autori. I contenuti andavano (ancora) scritti, e quindi dipendevano da una disposizione alla ricerca e alla rielaborazione argomentativa pur sempre faticosamente personale. Ma è questo che si chiede oggi all’insegnante-autore-editore- redattore?

Insomma – e per oggi concludo – tutto questo fervore rivoluzionario ha i caratteri tipici di una rivolta dei Lumpen, e l’infantilismo estremistico dei suoi sostenitori mi ricorda – mutatis mutandis – una celebre frase del Ministro Tremonti: “vado a farmi una panino con la Divina Commedia”.

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