Jun
03

Deontologia: «Termine filosofico con cui J. Bentham chiamò la sua dottrina utilitaristica dei doveri (Deontology è anche il titolo di una delle sue opere). Il termine è entrato in uso per indicare il complesso delle norme di comportamento che disciplinano l’esercizio di una professione» [da: Treccani.it].

Il caso UBER è solo l’ultimo della cronaca. Il “nuovo che avanza” è un fenomeno innegabile, e mi riferisco esclusivamente, per amor di pace, all’invasione del digitale nel mondo del lavoro. Il digitale crea lavoro e toglie lavoro, questo è il dilemma, e non c’è molto spazio per l’ideologizzazione “liberismo no-liberismo sì”. E poi, se proprio vogliamo metterla in termini ideologici Marx, nei Manoscritti economico-filosofici del ’44, scriveva che il lavoro salariato (lavoro astratto) è l’origine di tutti i mali e che solo nel lavoro concreto l’essenza dell’uomo può trovare piena realizzazione. La differenza tra lavoro astratto e concreto è molto semplice: il lavoro astratto è quello in cui il lavoratore è separato (alienato) dal processo di produzione, privato del potere di decidere e dal possesso del frutto del suo lavoro, mentre il suo impegno produttivo è quantificato in termini di puro salario. Il lavoro concreto, al contrario, è quello che ancora un secolo e mezzo fa poteva essere considerato il lavoro artigianale: dal progetto alla merce, la realizzazione del processo produttivo essendo tutta nelle mani di una sola persona che pensa, realizza, opera e porta sul mercato il frutto del suo lavoro. La grande colpa del marxismo (II Internazionale) fu, soprattutto, di dimenticarsi di questa essenziale considerazione “umanistica” di Marx (troppo “filosofica”!!) e di piegarsi alla logica liberale dell’equazione lavoro = progresso, progresso=industrializzazione, con le conseguenze ben note.

Perché dico questo? Perché è un’ipotesi tutta da discutere (seriamente) quella secondo cui il digitale può favorire la libera iniziativa nel senso “marxiano” della parola: un’iniziativa digitalizzata può rappresentare lavoro concreto per chi la adotta (progettazione, esecuzione e guadagno), nella misura in cui….

a)      Non diventi un monopolio (Amazon docet)
b)      Crei lavoro cooperativo (non call-center)
c)       Risponda a un preciso codice deontologico.

Prendiamo in esame, nella logica di questo blog, l’ultimo elemento.
Oggi si parla molto di Start Up, intendendo quell’iniziativa d’impresa che in molti casi cerca di infilarsi nel settore del lavoro digitale. È difficile che una Stat Up così intesa sia rappresentata da un’impresa di tipo tradizionale, con dirigenza, dipendenti stipendiati e quant’altro. È più facile che essa sia costituita da una compagine di cooperanti di pari livello che si avvalgono di consulenze e professionalità diverse. Per esempio una piccola casa editrice.

Mettiamo che questa casa editrice voglia entrare nel mercato dei libri di testo; poiché non deve rispondere ad alcun “comitato di saggi” e non ha alcun controllo oltre il mercato stesso, che cosa possono aspettarsi da essa gli utenti? Diciamo, come minimo, competenza e professionalità.

Questi sono valori che vanno garantiti e per i quali non è certamente sufficiente un’auto-certificazione. Se voglio fare il taxista, non basta saper guidare; se voglio fare il farmacista, non basta indossare il camice bianco… se voglio fare l’editore, non basta creare un PDF. Occorre sempre e comunque il rispetto delle regole, ben specificate nei settori professionali più riconoscibili. Quali sono le regole che disciplinano l’editoria scolastica, e che difendono gli utenti (attenzione: non i consumatori, ma i cittadini per cui vale il diritto universale all’istruzione)? Non esistono regole “certe“ e condivise, così come non esiste un albo professionale dell’editore che certifichi la competenza professionale attraverso un esame pubblico.
Ecco dunque affacciarsi la possibilità dell’abusivismo, come sempre avviene in quei settori lavorativi in cui è possibile l’iniziativa privata senza controllo.

Può esistere un editore “abusivo”? Beh, certamente un editore è figura un po’ più complessa di un parcheggiatore, ma cosa intendiamo per “editore”? Per esempio: un insegnante che produce un eBook e poi lo mette in rete, che ruolo ricopre? Auto-produce un libro o due o tre invece di cento come un editore, non si avvale di altri collaboratori che di se stesso, e – di solito – sceglie di distribuirlo gratuitamente a un numero limitato di studenti (o di appoggiarsi sempre gratuitamente a una qualche piattaforma di distribuzione). Ma l’oggetto-libro rimane, per gli utenti, quello che è: la proposta di un libro di testo. Questo insegnante-non-editore entra dunque in concorrenza con l’editore classico. Una concorrenza molto facile, perché fornisce gratuitamente quello che altri fanno pagare. Senza voler fare del moralismo, ritengo che quest’ultima condizione ponga degli interrogativi.

Se io contrabbando della merce, ad esempio prodotti alimentari, significa che mi sottraggo ai controlli che vigono nel mercato alimentare. Posso essere pieno di buone intenzioni, ma chi mi dice che il difetto (l’adulterazione) non sia alla fonte? E così: se pretendo di scrivere un libro di testo, quali garanzie posso dare agli utenti circa la mia competenza e professionalità, oltre la mia? È vero che adottando un libro di testo io “impongo” una mia scelta a 25/30 ragazzi, ma scrivendolo io affermo su di loro un’autorità assoluta, poiché mentre posso confutare intere parti (ovviamente non tutte, se no perché adottarlo?) del libro di testo in nome di un pensiero alternativo, difficilmente arriverò a confutare me stesso.

Il libro di testo è un supporto utile all’insegnante per esplicare la funzione docente, funzione che entra nella logica ampia di un servizio pubblico; non è lo studente che sceglie l’insegnante, ma la scuola come istituzione pubblica che affida al docente 25 ragazzi da educare. L’insegnante quindi deve rispondere dei suoi comportamenti e delle sue scelte poiché è responsabile di un pubblico servizio. Che adotti un libro di testo o lo produca, il discorso non cambia.

E per l’editore? Che ruolo ricopre l’editore scolastico nel pubblico servizio? È semplicemente un fornitore? Le scelte editoriali fin dove si possono o devono spingere? Oggi, grazie al digitale, è “relativamente facile” editare un testo (altro discorso invece riguarda la sua distribuzione, ma lasciamo stare); senza nasconderci dietro un dito, diciamo allora che è “relativamente facile” abusare di una professione molto delicata. Quali strumenti ha la collettività per discernere il grano dal loglio? Quali strumenti hanno soprattutto gli studenti per valutare la scelta “imposta” dall’insegnante?

Non ho risposte al quesito, se non una: non creare delle regole che condizionino (come avviene in molti paesi anche tra i più avanzati) la libertà d’insegnamento, ma pensare un codice deontologico dell’editore scolastico che si rifaccia ai fondamenti del vivere civile e ai diritti garantiti della persona e del cittadino, declinandoli nella logica di un servizio culturale che è anche fonte di lavoro qualificato.

Posted in Didattica | Tagged , , , , | 1 Comment
May
19

Il libro di testo è di destra?

postato da Maurizio Chatel in Polemiche

Gaber era un uomo intelligente ma scriveva canzoni, non si occupava di politica. Non me lo vedo nei panni di Grillo. Malgrado tutto, pensare in termini di destra e sinistra ha ancora un senso.

Ci sono infatti scelte che escludono (destra) e altre che includono (sinistra). Chi si occupa di scuola, per esempio, può pensare all’istruzione pubblica come servizio o come sperpero. Con quanto segue…

Rimanendo nell’ambito scolastico, per abitudine si considera che la difesa del libro di testo sia “di destra” (una scelta autoritaria e classista), mentre la sua contestazione si addica alla sinistra. Questo da quarant’anni almeno. A rendere più complicato e infuocato il confronto ci si è messa la tecnologia informatica, come ben sappiamo, così che il discorso si è spostato dal piano delle idee a quello economico: non abbiamo bisogno degli editori, i libri (di testo) ce li facciamo da soli. La cultura è un bene comune non rivale.

Questo modo di porre la questione costringe chi vi si dedica su un “letto di Procuste”: se difendo il libro di testo difendo, of course, l’editoria scolastica. Non c’è scampo. E allora vorrei raccontare una storia.

C’era un Paese (lo chiamiamo Grillandia) in cui una rivoluzione popolare aveva abbattuto tutte le barriere classiste ed economiche che impedivano il libero e gratuito accesso alla cultura. Si poteva scaricare da Internet tutta la musica che si voleva; lo stesso per i film e per ogni forma di intrattenimento, ma non solo. I documentari scientifici e culturali erano liberamente accessibili sulla rete, i giornali non costavano nulla – a parte il fastidio della pubblicità invasiva – e ogni forma di spettacolo era immediatamente fruibile in streaming. I teatri lirici erano gestiti a prezzi popolari e tutti potevano finalmente andare ad ascoltare l’opera. I musei erano aperti 16 ore al giorno ad 1 euro e, dulcis in fundo, agli studenti venivano forniti libri di testo totalmente gratuiti.

Purtroppo, nei Paesi circostanti non era così. Ovunque nel resto del mondo la cultura aveva ancora un suo prezzo e non a tutti era permesso accedervi, se non saltuariamente e rinunciando ad altri piaceri. Se volevi leggere un libro o andare ad ascoltare la Carmen dovevi pagare – e non poco –  rinunciando così ad altri dieci libri e al resto della stagione lirica; se volevi studiare non potevi comprarti le Nike o il nuovo IPad, e così via. In Grillandia quindi tutti erano felici e guardavano con giusto disprezzo al liberismo selvaggio imperante nel resto del mondo.

Ben presto però cominciarono i guai. Gli attori e i cantanti non ne vollero più sapere di recitare e cantare nei teatri di Grillandia perché altrove erano pagati di più. Per un po’ i teatri accolsero i nuovi talenti e si visse una nuova stagione felice, ma a un certo punto anche loro si stufarono del pezzo di pane che ricevevano e cominciarono ad emigrare all’estero. Gli scrittori affermati cercarono editori stranieri e in Grillandia rimasero quelli che prima non erano mai riusciti a farsi pubblicare. Ma si scoprì presto che a nessuno piaceva scrivere “per la gloria”, così che la letteratura e la divulgazione scientifica si ridussero al lumicino. I musei non ebbero più fondi per conservare il loro patrimonio e alla lunga dovettero chiudere i capolavori in cantina per preservarli dalla devastazione. Per non parlare dei laureati. Ora che l’istruzione non costava più niente, le masse poterono accedere all’università ma per i laureati non c’era più lavoro. Quello che una volta facevano le grandi istituzioni culturali e le case editrici ora lo poteva fare chiunque, ma gratuitamente. Perché dunque prendere la laurea? Oppure, se proprio ci si teneva a farsi una cultura, si finiva per emigrare in cerca di un adeguato riconoscimento professionale.

Per farla breve, Grillandia divenne un Paese in cui molti scrivevano ma nessuno leggeva (per disperazione). I teatri non avevano più pubblico perché la gente preferiva scaricare le opere da YouTube, ascoltandosi (male) i grandi cantanti che si esibivano nei grandi teatri americani ed europei. I musei erano aperti ma non c’era più niente da vedere e la gente doveva accontentarsi di guardare i quadri su wikipedia. A scuola, qualche insegnante scriveva sul suo libro di testo auto-prodotto che la Shoah non era mai esistita e gli allievi dovevano ripeterlo all’interrogazione. Gli operai non avevano lavoro perché la globalizzazione aveva favorito le potenze economiche emergenti (Cina e India), e gli intellettuali non avevano lavoro perché la cultura non ne dava più.

Bastarono pochi anni, e Grillandia esplose coma la Giudea al tempo dei Romani: una diaspora immane travolse il mondo e ovunque il genio grillandese potè tornare a brillare, meno che in Grillandia.

 

Posted in Polemiche | Tagged , , | Leave a comment
Apr
16

E se fosse solo un arrivederci?

postato da Maurizio Chatel in Didattica

Marco Guastavigna ci induce spesso a riflettere sull’illusione delle magnifiche sorti  e progressive generata in questi ultimi lustri dal boom del digitale. In questo caso [Il lungo addio] lo fa con piglio neutralissimo, riuscendo lo stesso a seminare un po’ del suo classico gelo. Per la lunga amicizia e la stima che mi uniscono a lui, non resisto tuttavia alla tentazione di rispondergli “per le rime”: sarà alla fine un banale esercizio retorico, ma anche questo non è che un banale blog.

Non entro nel merito delle questioni tecniche, esposte da Marco in tutta chiarezza ed efficacia. Mi piacerebbe piuttosto soffermarmi sul tema del “lungo addio” rivolto evidentemente al libro cartaceo. Anch’io, come il prof. Guastavigna, non credo nella scomparsa del libro di carta, ma non solo per questioni tecniche o cognitive. Ad esse aggiungerei anche il fattore… sentimentale. Banalizzando un po’, si potrebbe pensare al destino del disco di vinile, scomparso dal mercato per vent’anni e oggi in crescita vertiginosa di prezzo sul mercato dell’usato. Verrebbe da pensare che l’artificialità del digitale è buona a stuzzicare certi deliri di onnipotenza destinati tuttavia a spegnersi come un fuoco di paglia. Proprio questo paragone tuttavia mette meglio in risalto le altre ragioni dell’inevitabile (?) dominio della tecnica: ragioni di tipo patologico-consumistico. In sintesi. Un buon disco di vinile non te lo ascolti pedalando per la città, un CD sì; con gli eReader puoi portare in vacanza un’intera biblioteca invece dei due o tre volumi che è possibile stipare in una valigia. Sotto questo profilo, la questione si complica.
Dividiamola in due rami: a) il mondo adulto e b) quello dell’infanzia e prima adolescenza.

a)      Nella vita di un adulto, la questione non è più di carattere cognitivo (qui si parla – sia chiaro – della Lettura con la L maiuscola, non della tossicodipendenza da informazione che caratterizza l’internauta medio). L’unica ragione per preferire l’eReader al libro di carta è quella di poter avere tutto e subito. Trattasi, in sostanza, di pura e semplice bulimia. E lo dico per esperienza personale.
Ovviamente è sempre esistito il “bulimico” della lettura, il fenomeno non è quindi da imputare alla tecnica in quanto tale. Casomai essa lo facilita e lo radicalizza in forme appunto patologiche. Ma questo è un altro discorso. Discorso connesso al consumismo. Se un essere umano ha la possibilità di avere, a poco e prezzo e facilmente, qualcosa di appena desiderabile, perde il senso della misura. Che siano libri o altri esseri umani di sesso opposto.

b)      Negli anni della crescita e della formazione il problema è ovviamente più complesso. Chi può negare che l’importante non è “imparare a leggere” ma imparare a “leggere bene”? E allora: cosa vuol dire “leggere bene”? Agostino di Ippona, arrivando a Milano, rimase scioccato nello scoprire che il vescovo Ambrogio leggeva in silenzio. Per secoli e secoli, infatti, i rotoli si erano letti… parlando. Pensiamo ai dialoghi di Platone, scritti non certo per essere letti in silenzio; o al fatto che le uniche opere di Aristotele che conosciamo sono gli appunti delle sue lezioni. Questo cosa ci dice? Che non c’è una risposta assoluta.
Si dice anche: una buona lettura è una lettura profonda. Ma profonda in che senso? C’è una profondità che rimugina (Nietzsche direbbe che “rumina”) i propri pensieri, e una profondità che attraversa l’universo cognitivo saggiandone la vastità (la profondità ipertestuale). Chi legge “male” legge male sia che abbia tra le mani un libro di carta (non rumina abbastanza), sia che navighi in un ipertesto (zapping). E arriviamo al punto.

Si dice: con il digitale si perde l’abitudine alla lettura profonda. E se cambiasse il concetto di profondità? In una cultura olistica le “profondità” possono essere almeno due (e qualcuno potrebbe arrivare a sostenerne l’infinità): una di tipo “introversivo” – la profondità dello scavo e della lentezza – e l’altra di tipo “estroversivo” – l’ampiezza delle connessioni e la consapevolezza della complessità. Qual è preferibile? Jung ci insegna che i tipi psicologici non sono molti: c’è l’introverso e l’estroverso. Sono modalità cognitive universali e nessuno può dire che l’una sia preferibile all’altra. Non sarebbe forse “preferibile” possedere entrambe le qualità? Dire che la lettura “introversiva” è quella migliore non significa forse toglierci una possibilità?

Vogliamo scommettere che il libro di carta non morirà, e che il tipo introverso preferirà comunque ruminare con lentezza il suo bel romanzo, mentre il tipo estroverso troverà nel digitale ipertestuale le proprie sacrosante soddisfazioni?

Posted in Didattica | Tagged , , , , | 2 Comments
Feb
04

Il misantropo

postato da Maurizio Chatel in Polemiche

*questo non è un blog politico, ma quando ci vuole, ci vuole

Scriveva Pasternac: “Non mi occupo di politica: non mi interessano gli uomini indifferenti alla verità”. Forse la prima asserzione è discutibile, ma la seconda è indubbiamente azzeccata. Oggi più che mai.

Politica e verità: quasi un ossimoro. L’ideologia non è certamente portatrice di verità. Essa, com’è noto, tende a rappresentare, non necessariamente in modo distorto, una particolare visione del mondo, escludendo più o meno consapevolmente quella alternativa. Si dice che le ideologie sono morte, ma con quale conseguenza? Di esse è rimasta la tendenza a semplificare ed escludere, senza il nutrimento di un’idea. Non siamo più ideologici, siamo manichei. Non so cosa sia peggio.

Un’altra conseguenza – strettamente legata alla scomparsa delle idee (quasi una damnatio memoriae) – è la degenerazione del principio di rappresentanza: non scegliamo più i nostri rappresentanti in base a una comunanza di idee, ma sulla base di un impulso. Una dimostrazione? A parte le “tifoserie” di destra o di sinistra, oggi si va a votare ponendosi la domanda “CHI voto”… dimenticandoci che nel momento in cui ESPRIMO un voto, esprimo me stesso: “chi SONO…”.

La propaganda politica oggi è fatta di facce: c’è quella dell’uomo di successo, quella del giovane, quella dell’incazzato, circondate immancabilmente da un alone di folla delirante, certamente non pensosa. Per “scendere in campo” è diventato indispensabile essere noti; la cosa mi fa paura. Qui infatti il discorso si fa complesso… la COMPLESSITA’: un’altra grande assente dal dibattito politico odierno.

Per essere noti, diciamo FAMOSI, non è necessario essere competenti. Si può diventare noti facendo il pugile, il comico, la velina: tutto questo è diventato sufficiente a proiettarti verso la gestione della cosa pubblica. Attenzione però: questa non è responsabilità dei partiti, ma del “popolo”. Certo, i partiti cavalcano l’onda, fanno il pieno di celebrità per fare il pieno di voti, e quindi si fanno corresponsabili della deriva populista… ma proprio tutti?

Dicono: “i partiti fanno tutti schifo…”. Semplicemente, sono gli uomini che fanno schifo; un Partito è una comunanza di idee, non un’accozzaglia di gente… un Partito è un’idea, non una persona. Ci sono quindi partiti che hanno idee perché hanno una Storia, e altri che sono sorti attorno a una faccia, e sono quindi senza Storia (anche, e forse soprattutto, all’estrema sinistra, dove quello che conta è distinguersi, non unirsi – e questo già all’epoca di Marx il quale, com’è noto, non ha mai accettato di allearsi con nessuno… Grillo ha imparato bene la lezione).

Ma che cos’è “Storia”? Niente intellettualismi… intendo per Storia la traccia lasciata in noi dalle esperienze. Se voglio governare, devo sapere come si fa, devo cioè averne fatto esperienza. Questo percorso di esperienza nell’amministrazione lo garantisce solo un’organizzazione che seleziona i suoi quadri, li forma, li responsabilizza gradualmente – dai piccoli incarichi a quelli più pesanti – proponendoli democraticamente all’elettorato. Una formazione “storica” fatta di capacità DIMOSTRATA di risolvere i problemi, di sapersi confrontare con la complessità del reale; ma anche di coscienza del valore che hanno avuto nel passato le idee. La Storia infatti insegna che non esistono idee “nuove” ma solo modi diversi di coniugare le idee con la realtà. Le idee di “giustizia”, “equità”, “uguaglianza” non hanno niente di nuovo; quello che cambia è il loro rapporto con il reale.

La Politica è fatta di piccoli passi: se sei giovane, vai a fare il consigliere comunale; ma non ti mando in senato o al governo solo perché hai una bella faccia da trentenne. A prendere le decisioni difficili, quelle in cui ci si misura con la finanza mondiale, con gli interessi delle grandi potenze, con i debiti pubblici lasciatici in eredità dal Welfare da Guerra Fredda, io preferisco mettere un volto scavato dalle rughe della consapevolezza e della sconfitta.

Dicono: “i politici sono tutti ladri…”. Allora mandiamo a casa i ladri, ma non i partiti. Perché “mandare a casa” i partiti vuol dire mandare a casa le idee, e questo succede solo nelle dittature.

Posted in Polemiche | Leave a comment
Jan
19

Uno, nessuno o centomila?

postato da Maurizio Chatel in Didattica, Polemiche

In merito al decalogo (+1) proposto dalla Garamond, vorrei fare alcune osservazioni. Intanto, sono allergico ai decaloghi in generale, soprattutto quando nascondono in forme più o meno efficaci messaggi pubblicitari…

090430884-e60faa02-7ed0-470d-9a7f-93173832f828

È abbastanza ovvio che, per gli addetti ai lavori, c’è poco da discutere: anzi, possiamo aggiungere l’enorme risparmio di carta in termini ecologici.
Vediamo però di metterci dal punto di vista del fruitore.

[col libro di testo, scrive Quadrino] – posso accedere ai contenuti solo in modalità “read only”, ovvero “solo lettura”, senza possibilità di modificare, integrare o arricchire un testo fisso (a stampa o in digitale, in questo caso poco cambia), di cui è “proprietario” un editore che mette il “copyright” sul teorema di Pitagora o sulla biografia di Giacomo Leopardi (?)

Qui ci sono due considerazioni di natura diversa, che andrebbero distinte.
A) La “possibilità di modificare un testo”… tutto qui?! (come disse re Theoden nella battaglia del Fosso di Elm)

800px-Il_Signore_degli_Anelli_206

È questo l’irresistibile balzo in avanti dell’editoria digitale? Se come docente – o come discente – voglio arricchire e integrare i contenuti disciplinari, che differenza fa se inserisco un mio percorso “nel” testo o in un folder personale – digitale o cartaceo – fatto di documenti, appunti, immagini e quant’altro procuratomi via Internet o dall’insegnante? Suvvia… ci sarà qualcosa di più determinante per la qualità dell’insegnamento!

B) Il copyright ecc… se mi permettete, qui ci vedo un po’ di malafede. Un libro di testo fatto bene spiega il teorema di Pitagora e commenta/documenta la biografia di Leopardi, altrimenti non lo adotto. Facciamo attenzione a non trattare sempre gli insegnanti come poveri grulli. Forse ci sono editori che credono di fare gli editori mettendo in rete il teorema di Pitagora e la biografia di Leopardi, ma che “lavoro” è il loro?

[dice...] – ho a disposizione un testo, ma ne escludo di conseguenza altri 10 o altri cento o mille, che magari espongono un argomento molto meglio di quello che ho in uso (il manuale in adozione è un bene “rivale”, nel senso che scegliendone uno, escludo di conseguenza tutti gli altri)

Mettiamoci nei panni di un insegnante di storia del liceo (scusatemi, ma è l’unica cosa che so fare): ho due ore alla settimana per sviluppare il programma; cosa faccio? Prendo mille testi – rigorosamente on line – e trascorro alcuni mesi a selezionare un po’ qua e un po’ là le cose che mi piacciono. Beh: buon divertimento!
Scherzi a parte, forse avrei bisogno di scegliere – con tutte le attenzioni e la scrupolosità necessaria – uno strumento utile e certamente perfettibile (con materiali aggiuntivi da me moderatamente selezionati) che mi permetta di organizzare con serietà ed efficacia il mio piano di lavoro. Anche perché fare zampettare una classe di qua e di là tra diverse metodologie e approcci argomentativi decontestualizzati dal loro processo epistemico è solo indice di dilettantismo, non di creatività.

- contribuisco ad una formazione uniforme e standardizzata, tipica del modello industriale della società di massa, quando oramai è universalmente acquisito che la formazione più efficace che il nostro tempo richiede è quella personalizzata creativa, flessibile e basata su problemi.

Questo punto mi sembra un po’ troppo ideologico. Non siamo negli Stati Uniti, patria della democrazia, in cui i testi devono essere approvati da una commissione statale. La scelta è da noi abbastanza ampia, e parlare di pensiero unico solo perché, per ovvie ragioni, ai miei 25 lettori… pardon, allievi, è meglio che faccia comprare lo stesso testo, mi sembra francamente esagerato. O vogliamo far studiare 25 ragazzi su 25 testi diversi? In questo caso, sarebbe più realistico avere 25 insegnanti per classe.

 - perpetuo un modello didattico della “scuola del programma”, quando dovremmo già da anni essere passati alla scuola della programmazione e delle “indicazioni nazionali” a favore della libera pianificazione che qualifica la professione docente.

Sono totalmente d’accordo. Ma, sempre stando alla “Storia”, quali sono le differenze tra un programma ministeriale e le “indicazioni nazionali”? Non è un’invenzione del ministero la successione cronologica del passato dalla preistoria al Novecento; che cosa potrei insegnare di alternativo? Il futuro? Personalmente, in 35 anni di insegnamento, dei programmi ministeriali me ne sono sempre fatto “un baffo”, scegliendo quello che ritenevo indispensabile e produttivo nell’economia molto stretta delle mie ore cattedra.
Su questa storia dei programmi andrebbe fatta un po’ di chiarezza e meno demagogia: il problema non è cosa insegno, ma come. Finché non cambierà l’epistemologia storicista – e questa non è una scelta che compete al singolo insegnante e neppure ad un intero dipartimento – tutto quello che insegnerò in modo alternativo sarà pericoloso, perché esporrò i miei allievi al disorientamento e al disadattamento nei confronti del paradigma (attenzione: un paradigma non è un pensiero unico) dominante. Si può essere alternativi cum grano salis, mettendo a confronto ciò che si sa con ciò che si potrebbe sapere, ma un insegnante (di scuola dell’obbligo soprattutto) non è tenuto a fare di più.

- ho per un anno o per un intero trienno una sola fonte, una sola voce, un solo autore, quando le versioni possibili sono tante e diverse e il fine dell’educazione è la formazione di una coscienza critica, capace di selezionare fra fonti e versioni diverse e molteplici.

Un buon libro di testo può e deve fare questo, altrimenti non è un buon libro di testo. Il tutto però nell’ottica di un percorso che leghi le diverse interpretazioni sotto un filo coerente di lettura. Senza il filo della lettura, il tutto diventerebbe molto simile allo zapping televisivo, Dio ce ne scampi!

- non metto in pratica le indicazioni delle nuove norme (Legge 128/2013, art. 6) che prevedono esplicitamente il superamento del regime dell’adozione del libro di testo, indicando nuove forme di selezione e proposta di contenuti e risorse didattiche digitali

Nominalismo… il problema non è adottare un libro di testo, ma dotarsi degli strumenti più utili ed efficaci. E qui valgono tutte le osservazioni fatte sopra. Togliere potere alle major editoriali è un nobile compito, ma distruggere l’editoria scolastica è un altro paio di maniche. Piuttosto mi preoccuperei di creare maggiore competitività sul piano della qualità, impegnando le risorse intellettuali del nostro paese in un ampio programma di revisione della didattica. Perché le conseguenze delle proposte “garamondiane” sono due: nessun editore, ma un indistinto calderone di dati senza capo né coda a cui attingere senza una guida; un monopolio dei produttori di software e di app che nutrono un’altra bella fetta di mercato: quella dei devices, che come si sa sono prodotti da sant’uomini tutti disinteressatamente intenzionati a nutrire la mente dei nostri ragazzi. Con buona pace della nostra coerenza politica.

PS.

I costi dell’editoria digitale. Questa è – per il momento – l’unica novità percepibile a livello di pubblica opinione. Ma un editore non è qualcuno che scrive i libri, bensì un datore di lavoro. E come li paga i suoi autori, a furia di CC e Open source? Tu dici: è l’aggettivo possessivo “suoi” che è sbagliato. Ognuno sia autore di se stesso. Ragazzi, non stiamo vendendo caramelle, ma strumenti di educazione. Vogliamo darci delle regole e dei principi di controllo?

Posted in Didattica, Polemiche | Tagged , , , | Leave a comment
Dec
17

Biancaneve e i quattro nani

postato da Maurizio Chatel in Didattica, Testi digitali

L’editoria digitale scolastica, “sponsorizzata” dal MIUR nel triennio 2010-2013 attraverso le gare MEPA per la produzione di testi multimediali – iniziativa giunta alla sua seconda tappa importante nel convegno di Roma del 12 dicembre 2013, in cui venivano presentati i prototipi vincitori dei bandi scolastici – non gode di ottima salute. Per esser più chiari, ha le gambe gracili e poco senso dell’orientamento.

Come ha fatto notare anche Gino Roncaglia in un video-intervento, malgrado l’Italia vanti un’editoria scolastica tra le migliori d’Europa, a raccogliere la sfida del ministero – ma soprattutto dei tempi – è stato un pugno di piccoli editori indipendenti dotati di tutt’altro che grandi mezzi. Sulle ragioni di questo “gran rifiuto” del digitale da parte delle major scolastiche si è dibattuto e litigato a lungo, e non voglio farne questione qui; quel che è certo è il senso di fragilità che ti coglie in questi eventi pubblici in cui i piccoli e volenterosi editori cercano la propria sacrosanta visibilità. Questa fragilità ha delle ragioni che vorrei cercare di comprendere, per fare della consapevolezza un punto di forza da cui prendere slancio.

Oggi chiunque sia dotato di dispositivi elettronici non fa fatica a immaginare il peso economico che hanno la ricerca e la produzione di software per le innumerevoli applicazioni in uso nel WEB. I grandi marchi del settore hanno quotazioni di borsa vertiginose, e la loro reciproca concorrenza produce innovazioni fondamentali a ritmi mensili. Gli strumenti di creazione, stoccaggio e condivisione di documenti on-line – con tutte le applicazioni annesse e connesse – creati da Google e Microsoft, per fare solo due nomi, investono ormai anche il settore educativo con funzionalità inimmaginabili due anni fa. Con un’accessibilità totalmente gratuita, il lavoratore intellettuale ha a propria disposizione una rete globale di documenti che può rielaborare e personalizzare classificandoli in un proprio repository condivisibile gratuitamente con chiunque egli voglia. Per farla breve: come insegnante, posso oggi generare una, dieci, cento classi virtuali all’interno delle quali gestire la produzione e lo scambio di una gigantesca quantità di dati – dai file ai video agli eserciziari – senza praticamente far sborsare un centesimo ai miei allievi… perché dovrei far loro pagare un prodotto editoriale che, molto più in piccolo, fa praticamente le stesse cose? Attenzione, “molto più in piccolo” non vuol dire che le fa male, ma che le fa senza quel background tecnologico in grado di reggere la potenza di fuoco dei colossi sopra citati. Gambe gracili, appunto.

In questa situazione, i piccoli editori hanno le idee chiare su come distinguersi? Perché, a mio parere, il problema è tutto qui. Saper cogliere le novità e le tendenze è una qualità fondamentale, ma scimmiottarle conduce solo a dei disastri. E qui mi viene da porre una domanda molto provocatoria: è davvero un’esigenza DIDATTICA quella di poter personalizzare un documento (storico, scientifico, filologico), o è un effetto di IMITAZIONE indotto dalle più recenti innovazioni informatiche? In altri termini: lo voglio fare perché mi serve o semplicemente perché si può fare? E dunque: che cosa distingue un prodotto editoriale da un dispositivo di digitalizzazione dei dati? Ovviamente: piegare la tecnologia alle autentiche esigenze di una pedagogia innovativa. Un prodotto editoriale non può limitarsi a offrire dei servizi – per quanto innovativi e à la page – ma ha la responsabilità di proporre delle soluzioni metodologiche ad ampio raggio. La consapevolezza di un editore digitale dev’essere quella di comprendere che non sta solo mutando il panorama dei canali di comunicazione – dei MEDIA – ma che con esso vanno destrutturandosi-ristrutturandosi anche i codici; insomma, siamo in una fase di trasformazione del paradigma, come è stata l’invenzione della stampa nel 1500. Senso dell’orientamento, quindi.

Chi non ha le strutture per competere sul mercato globale dei servizi digitali può anche offrire degli ottimi prodotti, che tuttavia finiranno per rimanere relegati nella nicchia di una domanda che non sta cercando il meglio, ma semplicemente “qualcosa”, non avendo tutte le competenze necessarie a raggiungere gli strumenti più avanzati. A fronte delle 20 scuole partecipanti al Piano per l’editoria digitale, ci sono centinaia e forse migliaia di docenti che da anni scambiano dati e documenti in rete coi loro allievi senza aver bisogno di prodotti strutturati piuttosto rigidamente (e che comunque sono costati). È vero che per due anni la sperimentazione prevede l’utilizzo gratuito dei prototipi vincitori, ma poi? Chi non ha la forza di una multinazionale deve quindi cercare altre strade, che sono quelle dei contenuti e di un confronto metodologico ad ampio raggio con la prima delle due categorie interessate all’acquisto di testi digitali: quella degli insegnanti. Ma qui torniamo al discorso sui libri di testo.

Che cosa cercano i docenti nel mondo dell’editoria digitale: testi o piattaforme? Credo, allo stato delle cose, che molti (non ancora moltissimi) cerchino testi (libri di testo) senza ancora aver ben metabolizzato il concetto di piattaforma editoriale. Come si è evinto anche a Roma da alcuni interventi significativi, la proposta di tre su quattro degli editori, centrata sul libro digitale “fai da te”, ha trovato spiazzati proprio quei docenti che, non avendo sofisticate capacità di navigazione, più che di “costruire” un libro hanno bisogno di “usarlo”. A questo dato inequivocabile aggiungerei un’ulteriore considerazione: se si vogliono portare gli insegnanti (e non sempre gli stessi avventurosi aficionados) verso l’innovazione digitale, occorrerebbe prendere di petto non le loro carenze (tecnico digitali) ma le loro competenze,  occorrerebbe cioè parlare loro di insegnamento-apprendimento, e non di scorciatoie buone per apparire all’altezza dei loro allevi. Occorrerebbe cioè destrutturare il testo usufruendo delle grandi opportunità del digitale – ipertestualità, condivisione, liquidità e granularità, pianificazione concettuale dei percorsi (non VS ma a fianco della linearità), sinossi semantica dei contenuti, accessibilità e inclusione delle disabilità, rimodulazione graduale dei metodi didattici, continuità e permeabilità tra gli ordini di scuola e le fasce di età – senza privilegiare sempre e solo chi è già “dalla nostra parte”. Pensare a piattaforme editoriali che “accendono la curiosità” dei ragazzi senza fare i conti con la responsabilità e le esigenze di chi quelle piattaforme deve rimodellarle giorno per giorno secondo precise esigenze didattiche, è assurdamente miope. Il primo fruitore dei libri di testo digitali è il docente, che da essi deve ricavare lo spunto per una nuova possibile impostazione dell’intero processo formativo, e non solo per un’unità di lavoro sulla cellula o il medioevo. Se, come (piccoli) editori non tendiamo a questo, allora – come si suol dire – non c’è proprio partita.

Posted in Didattica, Testi digitali | Tagged , , , , , | Leave a comment
Dec
09

De eBookorum Natura (2)

postato da Maurizio Chatel in Didattica, Testi digitali

«A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire» [Guglielmo di Occam]

 Perché il carro armato di Leonardo non fu mai usato?
File:Leonardo tank.JPG

 

 

 

 

 
1) Un’invenzione è utile nella misura in cui è compresa; 2) è compresa nella misura in cui è utilizzabile; 3) è efficace nella misura in cui risolve problemi concreti. Ma lasciamo stare Leonardo e veniamo agli eBook…

Facendo ancora un piccolo passo indietro. Torniamo agli anni dei video tape, alle biblioteche  scolastiche piene di nastri VHS con l’intera storia del teatro, documentari scientifici di prim’ordine, e quant’altro. Perché non nacque un METODO da quella rivoluzione tecnologica? 1) Perché l’insegnante medio (nel senso di medio-cre) era quello che imbucava il nastro nel lettore e poi si sedeva al fondo della sala a correggere i compiti arretrati mentre la classe era tenuta a balia dalla tivvvvù. 2) Perché la famosa “sala video” era una sola in tutta la scuola e per visionare un nastro dovevi metterti in lista ad inizio quadrimestre. 3) Perché non c’era una produzione di video pensati per la scuola (almeno in Italia) e la maggior parte del lavoro formativo era ancora delegato alla lezione frontale.

Poi vennero i “laboratori d’informatica”. Un’altra rivoluzione mancata: 1) perché i docenti alfabetizzati al digitale erano (e sono) una minoranza – naturalmente parlo di docenti capaci di produrre un percorso formativo strutturato all’interno di un sistema operativo complesso e interagente con il WEB. 2) perché il laboratorio d’informatica era (e rimane) un unico ambiente con macchine di solito obsolete a fronte di scuole sempre più affollate; 3) perché per lunghi anni il mondo del digitale ha seriamente trascurato il mondo della scuola, se non con trovatine di poco conto.

E siamo così giunti nell’epoca dell’eBook e dei Devices iper-tecnologici. Chi ne denuncia il precoce fallimento dovrebbe tenere conto di alcuni fatti: 1) l’età media dei professori  (soprattutto delle superiori) in Italia è di cinquant’anni; vale a dire che abbiamo a che fare con gli stessi che hanno già visto/fatto fallire due ipotesi di innovazione piuttosto consistenti; 2) la connessione a Internet nelle scuole serve quasi esclusivamente a permettere il funzionamento delle segreterie: le classi sono le stesse di quarant’anni fa; 3) chi dovrebbe produrre eBook insegue pure logiche di mercato e quindi considera (per forza di cose) la didattica un non-investimento. Proviamo ad approfondire quest’ultimo punto.

A parità di contenuti, un eBook didattico è più efficace su un dispositivo portatile che su uno fisso, per la semplice ragione che è più facile IMMAGINARE una classe di allievi dotati di tablets piuttosto che una classe di studenti ciascuno a una postazione internet. Bene… ma qual è l’idea del Tablet/iPad che “innanzi tutto e per lo più” ha lo studente/insegnante medio(cre)? Quella che gira nell’informazione di massa: una scatola magica piena di giochi, musica e app, uno sciocchezzaio consumistico buono per isolarsi completamente dal mondo. E allora torniamo al carro armato di Leonardo: 1) prima di usare efficacemente uno strumento (nuovo o vecchio che sia) occorre comprenderlo nelle sue autentiche potenzialità. Le potenzialità del Tablet/iPad prevedono un suo uso INTELLIGENTE? Qualcuno dovrebbe prima di tutto preoccuparsi di dare una risposta a questa domanda, e non uno qualsiasi ma possibilmente un esperto di formazione e di didattica. Attenzione: io qui capovolgo i termini della questione: il problema non sono i ragazzi ma ciò che gli mettiamo in mano. Infatti: 2) riempire la scuola di Tablet senza aver ri-pensato al libro di testo (eBook) è la pià grande idiozia di questi tempi idioti. Offrire “programmi educativi” senza contenuti ma tecnicamente miracolosi è – al pari tempo – un atto di pura e totale irresponsabilità, perché vuol dire privilegiare il canale rispetto al messaggio, lo stesso errore che ha condannato la TV a diventare un immondezzaio. E poiché Tablet e iPad stanno venendo sempre più ad assomigliare ad immondezzai, non c’è da stupire se i cinquantenni storcono il naso all’idea di portarli in classe. 3) il grande problema che i miracolosi dispositivi moderni dovrebbero risolvere, a mio modesto parere, è quello di facilitare l’apprendimento. Non perché gli studenti del 2000 sono diventati sub-umani, ma perché vivono in un sistema comunicativo che non è più quello del testo stampato. Ma per facilitare l’apprendimento è indispensabile che il mezzo (il MEDIUM) non assorba più attenzione del contenuto. Occorrono quindi bei contenuti, non belle app. Occorrono cioè libri di testo, ovviamente in formato digitale, capaci di rivoluzionare l’apprendimento, agganciandolo in forma non-strumentale al sistema comunicativo vigente.
Ma ho come un sospetto: il Tablet/iPad non è nato per essere intelligente, ma appetibile e consumabile. Ci sarà un editore capace di dominarne il fascino auto-distruttivo trasformandolo in uno strumento di liberazione e di progresso?

 

Posted in Didattica, Testi digitali | Tagged , , , , , , | Leave a comment
Dec
08

Ehddddddàjjje

postato da Maurizio Chatel in Polemiche

Nientemeno che l’OCSE ri-scopre (pare la tela di Penelope) che il tablet non aiuta l’apprendimento… poiché le braccia mi sono già cadute adesso non mi restano che le mutande. Ma tant’è, è ormai evidente che quando si parla di scuola pochi sanno di cosa stanno parlando. Perché prendersela con il tablet è come prendersela con la lavagna o coi gessetti: se sulla lavagna non c’è scritto niente, effettivamente a cosa serve? Se nei tablet non gira un prodotto culturale didatticamente rilevante e consistente, perché l’insegnante lo dovrebbe usare? Perché la Pera glielo regala!? È questa l’innovazione che molti (e adesso anche l’OCSE??) intendono? Tipo l’editore che dice: facciamo le scatole e che gli insegnanti se le riempiano! Mi pare d’aver già scritto (ma non chiedetemi di andarlo a cercare) che l’innovazione è nei metodi e nei contenuti, non nei mezzi. Dicono: mettete i ragazzini in una biblioteca e vedrete come imparano! Bene: mettete una biblioteca sui tablet e vedrete come imparano!

Posted in Polemiche | 1 Comment
Nov
30

De eBookorum Natura (1)

postato da Maurizio Chatel in Testi digitali

«L‘espressione stessa ―libro di testo online – è, a ben vedere, un ossimoro: libro di testo – etimologicamente ―libro di testimonianza, di riferimento – è qualcosa di normativo, quindi di fisso e reperibile con certezza, mentre la caratteristica dell‘ “online” è di essere sempre modificabile, facilmente deperibile. Come coniugare ciò con il concetto di libro di testo, su cui le conoscenze sono stabili o, per meglio dire, nel quale stanno scritte in modo indelebile le acquisizioni di quella che viene chiamata ―scienza normale?»
[Maria Teresa Di Palma - Dal manuale tradizionale a quello online: tecnologia e innovazione nella scuola italiana]

Continua, sotto nuova veste, la mia riflessione sui libri di testo cominciata qui.

Ho riportato in esergo un’osservazione dell’amica Maria Teresa che mi pare molto impegnativa, e spiego perché. Nell’ormai stranoto convegno di Pisa di inizio novembre, Roberto Maragliano ricordava che non esiste una memoria storica dei libri di testo, un repository a cui attingere per reperire la storia della manualistica scolastica (italiana?). In che senso, allora, un “libro di testo” sarebbe “stabile”? La stabilità è qualcosa che inerisce al supporto o ai contenuti? Probabilmente molti conservano negli infernotti della propria libreria almeno una testimonianza dei propri trascorsi scolastici – una vecchia grammatica per es. – ma non è certamente questo a cui pensa Maria Teresa.  Il riferimento è allora alla struttura disciplinare e/o epistemologica a cui un manuale afferisce? Cioè: un libro di testo deve radicare bene nel sistema scientifico del suo tempo? Ma qual è il “tempo del sapere”? Un secolo? Un decennio? L’oggi? Era già difficile, nei tempi d’oro della scuola italiana, trovare testi che rendessero conto di quanto avvenuto non diciamo dieci, ma venti o trent’anni prima, nel mondo della ricerca, e questo non per demerito degli editori (e degli autori) ma di un corpo insegnante che ha sempre preferito ripetere ciò che già sapeva (?)  (i suoi studi, la sua formazione) piuttosto che mettersi in gioco con nuovi saperi.  Ma, di nuovo, non voglio credere che M.T. pensi a questa (pseudo) stabilità, che piuttosto chiamarei immobilismo.

Sono assolutamente d’accordo sul fatto che la didattica ha un punto di origine in quella che Umberto Eco chiama l’Enciclopedia, ovvero la “competenza storica” condivisa da una cultura (da un’epoca). Senza questo orizzonte di riferimento – di significati, di segni, di regole e procedure – ogni pretesa di insegnamento è un puro e semplice atto criminale, con buona pace dei rivoluzionari del “fai da te”. Ora, la mia domanda è: dove si fissa, in termini di supporto, un’Enciclopedia? Che differenza c’è, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, tra un Liber e un server? È una provocazione, certo, perché le differenze sono molte, ma non sono stringenti. Occorre allora chiarire che l’orizzonte di riferimento della didattica non si limita all’”albero del sapere” del “mio tempo”, ma ingloba il sistema stesso della comunicazione (e anche delle gerarchie). In una società che propone una comunicazione reticolare, una “semiosi” planetaria, il libro di carta non è più efficace, senza con questo voler affermare che sia inutile. In un mondo che non tollera più il principio di autorità (avendolo sostituito tout court, ahimé, col carisma se non con la celebrità), il libro di testo ha perso molto del suo senso, ma non la parte migliore.

Il problema del “libro di testo” appartiene al più ampio dibattito sulla COMPLESSITA’ (Maria Teresa docet) e ridurlo a crociata è un immiserirlo a “specchietto per le allodole”.

Posted in Testi digitali | 2 Comments
Nov
24

Parliamo di scuola o di editoria? Ma può un editore scolastico disinteressarsi di pedagogia e didattica? Chi oggi sventaglia la rivoluzione del “fai da te” digitale – quella dell’insegnante-autore-editore-redattore – mi potrebbe spiegare su quale base scientifica fonda le sue argomentazioni? Sono ormai decenni che assistiamo impotenti a pseudo-riforme scolastiche fondate esclusivamente sui tagli dettati dal ministero dell’economia, su rimaneggiamenti insensati degli ordini e dei programmi, senza uno straccio di idea fondativa su come si concili il diritto allo studio con un complessivo processo formativo. In questa folle gara demagogica tesa a far apparire la cultura come qualcosa che non deve costare, adesso si affacciano anche editori che affermano che il libro di testo “ha fatto il suo tempo”.  Ma che significa? Chi lo dice, a parte la “vox populi”? Comunque, che lo pubblichino gli editori o gli insegnanti,  che sia digitale o stampato, un supporto didattico (vogliamo chiamarlo libro di testo?) è sempre un supporto didattico. E allora, dove sta il problema? Nel costo, nella qualità, nei contenuti, nelle competenze scientifiche? Vogliamo distinguere queste cose, o davvero pensiamo che siano questioni di lana caprina? Perché, se  è così, se questo è il nuovo volto della politica “dei cittadini”, allora è vero che al peggio non c’è mai fine.

Posted in Polemiche, Testi digitali | 2 Comments