Apr
18

Insegnare stanca o stanchi di insegnare?

postato da Maurizio Chatel in Didattica

La Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo ha organizzato un Focus Group sull’educazione alla cittadinanza, invitando docenti di tutte le discipline a confrontarsi e proporre metodologie e percorsi tratti dalla propria esperienza e volti a rinnovare l’insegnamento dell’Educazione civile (ex Educazione civica).
Nove lunghe ore di dibattito e riflessione non sono bastate a produrre molto più che una presa di coscienza dei problemi che un “insegnamento del senso critico” oggi comporta. Dalla matematica al diritto, dalla chimica alla letteratura, e naturalmente dalla storia e alla filosofia, i campi del sapere sono attualmente di fronte a una sorta di “punto di catastrofe”, il cui superamento è determinante per il futuro della scuola: il rinnovamento dei canali di apprendimento.
Molto si è parlato delle differenze tra la scuola che ha formato gli insegnanti di oggi (che fu la scuola di transizione post-sessantottina), e la scuola “della Gelmini”, per essere sintetici. Qual è la differenza? Una tra le decine (checché si dica che la scuola è sempre la stessa da secoli): la relazione tra gli strumenti dell’apprendere e quelli dell’”evadere”. Chi oggi ha più di quarant’anni, si è formato in modo sostanzialmente omogeneo sia nel momento in cui studiava che nel momento in cui “evadeva”, poiché gli strumenti della comunicazione creativa e di evasione erano gli stessi che venivano utilizzati per la formazione. Sto parlando ovviamente dei libri (dal manuale scolastico al romanzo o alla rivista o al fumetto) e dei media (il disco di vinile o il nastro magnetico ascoltati a scuola e quelli posseduti a casa).
Non più così oggi. Gli strumenti dell’apprendimento utilizzati nelle scuole sono in larga misura rimasti gli stessi (il laboratorio di informatica non incide ancora in modo sostanziale nella programmazione didattica), mentre quelli di evasione sono del tutto diversi.
Conseguenze? Per noi quel modo di studiare aveva un senso, perché coincideva in gran parte con la nostra percezione spontanea del comunicare e del sapere; per i nostri studenti lo sta perdendo (o lo ha già perso?).
Soluzioni? Devolvere milioni di euro alla decostruzione/ricostruzione dello spazio di apprendimento e dei canali di insegnamento, con un parallelo rinnovamento di tutto il corpo insegnante. È ora che noi sessantottini ci togliamo dai piedi.

Apr
05

Effetto Boomerang

postato da Maurizio Chatel in Polemiche

Avevamo cantato vittoria. Dopo tre anni di lavoro e con un progetto didattico innovativo pronto all’uso, la fortuna (dicevamo) ci aveva aperto la strada della visibilità e del confronto pubblico grazie a una legge statale tanto inattesa quanto “misteriosa”. La circolare Gelmini sui libri di testo poteva essere l’occasione per concretizzare alcune idee già da tempo formicolanti ma, fino ad ora, senza santi in Paradiso. Ma anche i santi possono giocare brutti scherzi. Il fatto è che avevamo fatto i conti senza l’oste, anzi: senza l’osteria della sinistra. Una sinistra senza identità e senza idee, se non quelle mutuate dalla necessità e insaccate nel sale della sconfitta.
Sembra che l’idea del testo digitale non incontri il favore della scuola. Ma qual è l’idea che la scuola (presidi e docenti) ha del testo digitale? Sicuramente, fino a pochissimi mesi or sono, nessuna; adesso, quella divulgata sull’onda dell’avversione politica. Sindacati di base ed esperti di settore di sinistra hanno buon gioco nel demonizzare il bambino insipientemente immerso nell’acqua sporca di una riforma assurda e decostruzionista, concepita per picconare le ultime difese del diritto allo studio. Stupisce che sempre, immancabilmente, manchi il coraggio di affrontare le questioni nel merito senza trasformarle in demagogia e instrumentum diaboli.
In sostanza: quest’obbligo dell’adozione calato dall’alto senza la minima preparazione strutturale, finanziaria e culturale, è indubitabilmente scandaloso. Il principio stesso che una scelta di così ampio respiro e dalle così vaste conseguenze sia stata decisa senza una consultazione degli esperti e degli addetti ai lavori (editori, autori, docenti) e senza una larga progettualità nazionale, è umiliante. Si può senza tremore affermare che sia quanto di peggio si sia mai visto nella storia della scuola italiana. Ma la “cosa” non finisce qui, come invece vogliono far credere gli opinionisti benpensanti. Aggredire i tentativi di rinnovamento e di sperimentazione con il martello dell’ideologia è cosa che degrada e svilisce anche le migliori intenzioni. Invece di fare di ogni erba un fascio, quasi fosse una “colpa” l’aver concepito un modo diverso di apprendere, o addirittura come se improvvisamente alcuni piccoli editori progressisti avessero stretto un patto diabolico col Tychoon nazionalpopolare per cavalcare la tigre del conflitto d’interessi, sarebbe più intelligente riflettere su cosa sta davvero succedendo tra i “nativi digitali”, al di là di ogni possibile e non sempre furba dietrologia.
Qui non si vuole affermare che, ogni tanto, anche la destra ha delle buone idee. Si chiede semplicemente di distinguere quello che avviene nella sfera della comunicazione dall’uso che la politica ne fa. Si può capire che, particolarmente in Italia, questo sia un esercizio difficile e, diciamolo, rischioso; ma rifiutarsi di farlo per principio nuoce all’intelligenza e non produce di certo una migliore coscienza delle cose. Che la scuola italiana sia in ritardo è cosa che, a furia di essere ripetuta, ha finito per trasformarsi in realtà; ma tutto considerato, dal livello dei dibattiti in corso, si può cominciare a pensare che tutta la cultura italiana sia ormai in preda a un irreversibile alzeihmer intellettuale.

  Maurizio Chatel

Maurizio Chatel è il responsabile dell’area umanistica della BBN, curatore di collana e autore di testi di storia e filosofia. Insegna al liceo, ma non è per questo che è stanco, anzi... la depressione lo afferra quando cominciano a volteggiare per i corridoi della scuola i rappresentanti delle “grandi” case editrici. Per questo motivo ha raccolto la sfida di Noa Carpignano, facendosi carico di una missione impossibile. Nei momenti liberi rilascia interviste e va in cerca di grane.
Malgrado tutti questi difetti, ai suoi allievi piace così com’è.