BBN Manifesto
L’editoria scolastica digitale come laboratorio polivalente
Nel contingente, e assai fluido, “stato dell’arte” dell’editoria on-line (e il fatto che esista un editoria on-line è un asserzione di cui i filosofi direbbero che è tutta da dimostrare), il settore della scolastica sembra essere quello che catalizza su di sé, alla fine di ogni dibattito, le maggiori attenzioni. Almeno questa è la sensazione che personalmente ho ricevuto nel BookCamp organizzato a Rimini l’11 luglio 2008 dal “Simplicissimus” di Antonio Tombolini e da Guaraldi editore, con la collaborazione di Marco Barulli e Giulio Cesare Solaroli. Questo non per una vocazione pedagogica dei pionieri di questa nuova forma di imprenditoria culturale, ma forse perché il libro di testo assume in sé tutte le contraddizioni e le possibilità che il nuovo medium editoriale presenta, oltre che offrirsi come officina di nuove forme di scrittura. Analizziamo dunque le contraddizioni, per passare poi alle possibilità concrete, lasciando ai sogni la parola finale.
Non per niente ho parlato di imprenditoria, e non certamente in supino ossequio alle compulsioni paranoidi di qualche presunto statista. Si potrebbero certamente produrre testi nella pura forma di una passione artigianale, ma a quel punto risulterebbe assai difficile trovare autori disposti a partecipare all’iniziativa in totale sintonia, ovvero nei termini di una reale prestazione professionale. E comunque lo spazio di questa ipotesi è già stato occupato da Wikipedia, una realtà con cui è vano oggi competere. Dunque la prima contraddizione è forse la matrice che accomuna tutte le altre: mantenere un diritto di proprietà (delle idee, naturalmente) in un sistema comunicativo che riceve il massimo consenso proprio nel suo essere “non-proprietario”. Il problema è tale che, se se ne trovasse la soluzione, l’editoria tradizionale non avrebbe in breve tempo più ragione d’esistere (se non per pochissime ragioni peraltro assai convincenti).
Il dibattito attuale non offre che soluzioni assai pragmatiche, alcune delle quali presentano ancora ben poche garanzie, e altre non sono che il solito lupo travestito da agnello. Le prime provengono da editori come BBN, che sta cercando la propria rotta oltre le “colonne d’Ercole” con la guida del buon senso e di un’etica del consumo che si spera ancora presente nelle agenzie educative; le seconde è assolutamente pleonastico dire a chi appartengono.
La seconda possente contraddizione, non indipendente dalla precedente, è la “strana coppia” formata da produttori e utenti. Mentre i primi infatti stanno cercando di trasformare il medium informatico in un oggetto dotato di solidità e di un suo riconoscibile valore di scambio, i secondi tendono a privilegiarne sempre la fluidità, considerandone il mero valore d’uso. In altre parole, ciò che è in rete è mio, a prescindere da chi ce lo ha messo, come se fossimo tornati ad un innocente età dell Eden. La soluzione di questa contraddizione, che porterebbe in parte a risolvere anche la prima, sta forse nella trasformazione complessiva dell’intero mercato dei beni di consumo digitali, a cominciare dalla musica e dai video-giochi. Quando cioè le Major si renderanno conto dell’enorme potenzialità economica di un radicale abbassamento dei prezzi a fronte dell’immenso allargamento del mercato che il medium consente (senza contare il taglio drastico di spese che il file scaricabile comporta, in termini di riproduzione e distribuzione), allora, a cascata, tutte le merci distribuite digitalmente – purché a basso prezzo ed alta qualità – vedranno spalancarsi le porte del mercato, come effetto dell’instaurarsi di un nuovo buon senso collettivo. Sotto questo riguardo, dunque, non rimane che aspettare, progettando con cura la propria piattaforma di lancio con prodotti validi non tanto per l’oggi quanto per il domani. La logica degli affari, infatti, ci dice che questa è la strada obbligata per gli operatori del mercato, e alcuni segnali evidenti già lo stanno dimostrando.
Aspettando dunque tempi migliori, l’editoria scolastica offre nell’immediato almeno una soluzione pratica alla domanda: “in cosa consiste un testo digitale?”
La risposta sta, in parte, nella struttura stessa dell’interfaccia comunicativo, ovvero nella coppia video-tastiera (semplificando).
Contrariamente all inchiostro impresso per sempre sul foglio di carta (possibilità tra l altro che il testo digitale non esclude, aumentandone così la competitività), l’accoppiata video-tastiera consente quella particolare esperienza, così profondamente umana e così profondamente assente nella lettura tradizionale, che è l’interattività. Questa realizza il ritorno a radici antropologiche assai antiche, a una sorta di oralità nella quale l insegnamento del maestro è rinforzato o corretto dalla immediata risposta del discente. Il testo (scolastico?) digitale non deve essere inerte e muto come è il libro tradizionale, il quale, secondo l’illuminante intuizione di Derrida, marca più l’assenza di comunicazione che la sua forza. Chi propone un testo (scolastico?) in rete deve rimanere presente nel lavoro di chi lo legge, essere cioè parte di un Work in progress che è potenzialmente mai-finito. Le lettura diventa quindi parte della produzione, nel senso che l’Autore mette in comune la responsabilità dei fini che il suo discorso intende raggiungere; mentre il Lettore si assume la responsabilità del percorso che intende seguire. All’Autore rimane l’onere del sapere, inteso non più come ammasso di dati, ma come esperienza di ricerca e di approfondimento; al Lettore compete la responsabilità di cercare un centro nella mappa concettuale messa a sua disposizione, indirizzando verso di esso la comune navigazione.
Ma è davvero praticabile una soluzione di questo genere? O siamo già nel campo dei sogni? Tentativi se ne stanno facendo, e al limite non è difficile oggi trovare blog di insegnanti che permettono ai propri studenti di interagire nel percorso didattico con un’opera collettiva di crescita culturale. Quello che deve ancora fare la sua comparsa è un’idea nuova di scrittura adatta al medium. Il problema non è, ovviamente, il salto dalla penna alla tastiera. Il problema è il salto da un’idea di sapere come crescita personale a quella di una conoscenza che cresce nella condivisione dei punti di vista e del fare operativo. Un autentico libro di testo digitale dovrebbe venire ad assomigliare, per parlare di qualcosa che sia comprensibile e non assuma l’aspetto stravagante di una chimera, a quelle che sono le riviste scientifiche, che fanno di ogni oggetto di studio il catalizzatore di una conversazione sempre aperta a nuovi sviluppi. Alla pagina dell’autore si affiancano, in uno spazio WEB dedicato e condiviso – forum, blog…i nomi non mancano – le riflessioni degli utenti, suddivise per livello di competenza e di pertinenza coi contenuti proposti; ma non solo: contributi tesi ad arricchire le multimedialità dell’approfondimento, ad indicarne l’appartenenza a insiemi diversi, a modificarne anche lo spirito, nella direzione della maggiore condivisione possibile dei suoi asserti.
Condivisione è dunque il concetto topico della nuova scrittura on-line. Un lavoro “d’autore” inteso nella forma classica del termine è oggi pensabile solo nella dimensione dell’immaginario narrativo, una dimensione della lettura che il pubblico sembra di nuovo promuovere, almeno a giudicare dalla quantità di nuovi scrittori che stanno emergendo. Al contrario, nell’ambito scientifico della divulgazione e della ricerca, e in quello educativo, l’autore è destinato a essere sommerso da un bisogno sempre più diffuso di circolazione delle idee e delle domande. E questo non è facile capire se avvenga per naturale evoluzione dei processi di apprendimento o se sia un fenomeno indotto dai nuovi mezzi di comunicazione, in primis Internet. Scrivere un saggio divulgativo o didattico può implicare l’essere superati da un nuovo saggio più approfondito e articolato, o da un nuovo testo più aggiornato, nel giro di pochi mesi. Gli stessi insegnanti, o almeno la componente più creativa tra essi, non disdegnano la possibilità di integrare, grazie alla facilità di una ricerca ad ampio raggio oggi permessa, i propri strumenti didattici con continue sovrapposizioni, sperimentando autonomamente una forma più agile di aggiornamento. A fronte di un tale fenomeno, perché allora disperdere tante energie in una stratificazione ingestibile di messaggi sovrapposti, quando si potrebbe integrare il dibattito in una rete di testi dove il già detto non è soggetto a ripetizioni, e il nuovo può misurare la propria validità nella sua capacità di durare e di trovare un proprio spazio consolidato?
Scrivere un testo didattico implica allora una perdita di responsabilità? Direi che la risposta è proprio il contrario. L’immediato confronto con i propri referenti comporta una presenza costante che il testo tradizionale nega radicalmente.
“Sbagliare” un testo può comportare, nella dimensione cartacea, un minor numero di vendite l’anno successivo; nella dimensione digitale obbliga l’autore a una correzione immediata e a un continuo stato d’allerta sull evoluzione del suo discorso. Sempre che insegnanti e studenti acquisiscano con sufficiente fiducia la consapevolezza del proprio ruolo partecipativo nel processo di apprendimento. Ma questo è un altro problema.
E infine, sempre parlando di scrittura, non va sottovalutata la possibilità di innovazione del registro linguistico stesso. La crescente domanda di informazione obbliga il ricercatore e l’autore a confrontarsi con esigenze di fruizione diverse nello stesso istante. Oggi è possibile scrivere contemporaneamente sia per lo specialista che per il lettore alle prime armi, usando con accortezza registri espositivi adeguati, in pagine distinte all’interno dello stesso corpus testuale (file distinti nella pagina WEB; quadri sinottici affiancati; collegamenti ipertestuali percorribili da un livello uno a un livello dieci chi più ne ha più ne metta). E così, il testo scolastico offre al docente la possibilità di percorrere, in teoria ovviamente, lo stesso itinerario disciplinare da un livello elementare a uno liceale, semplicemente selezionando l
opzione all’interno di un medesimo spazio WEB, curato da un’equipe di specialisti che hanno però integrato le proprie competenze in un unico percorso coerente, non dispersivo e ripetitivo, che permette un’evoluzione davvero omogenea della disciplina.
Tutto questo è a portata di mano. La scrittura ipertestuale, che sembrava un gioco anche solo quindici anni fa, è da anni alla base della nuova comunicazione mondiale. È il tempo, come sempre, ad avere il coltello dalla parte del manico.
Maurizio Chatel è il responsabile dell’area umanistica della BBN, curatore di collana e autore di testi di storia e filosofia. Insegna al liceo, ma non è per questo che è stanco, anzi... la depressione lo afferra quando cominciano a volteggiare per i corridoi della scuola i rappresentanti delle “grandi” case editrici. Per questo motivo ha raccolto la sfida di Noa Carpignano, facendosi carico di una missione impossibile. Nei momenti liberi rilascia 