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	<title>Insegnare stanca... &#187; Didattica</title>
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		<title>Il lavoro in comune.</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jul 2009 09:21:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La collaborazione con Maria Grazia Fiore mi stimola ad una riflessione storica piuttosto interessante. Sono 35 anni che insegno, e di stagioni ne ho viste. Negli anni Settanta la ricerca didattica e i gruppi di lavoro tra docenti erano ovviamente esperienze in corpore vili, collettivi ideologici e rumorosi organizzati all’interno dell’istituto, tra un’occupazione e un’autogestione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La collaborazione con<a href="http://speculummaius.wordpress.com/category/e-book/"> Maria Grazia Fiore </a>mi stimola ad una riflessione storica piuttosto interessante. Sono 35 anni che insegno, e di stagioni ne ho viste. Negli anni Settanta la ricerca didattica e i gruppi di lavoro tra docenti erano ovviamente esperienze <em>in corpore vili</em>, collettivi ideologici e rumorosi organizzati all’interno dell’istituto, tra un’occupazione e un’autogestione studentesca, tra risme di fotocopie e volumi di sociologia inaccessibili faticosamente mediati agli studenti. Il confronto era faccia a faccia tra intellettuali <em>engagé</em>, con produzione di lunghi documenti programmatici e piani di lavoro che tendevano a fare dell’insegnamento una palestra di formazione civile quando non immediatamente politica. Poi tutto si è progressivamente trasformato in forme di più sofisticata sperimentazione: venne l’epoca dello strutturalismo “a tutti i costi”, e la semiologia pretese il suo rituale sacrificale, con intere generazioni di studenti passate alla graticola dell’analisi del testo. Ancora per poco, la ricerca didattica si giocò nel confronto diretto tra persone appartenenti allo stesso milieu professionale: ma indubbiamente furono gli istituti tecnici a guidare la sperimentazione sul campo, alla ricerca di un rapporto più diretto con la realtà storica. Dalla metà degli anni Ottanta tutto è finito. Almeno nella scuola superiore. Il riflusso nel privato e il disincanto per un’istituzione sempre più saccagnata dalla politica hanno avuto la meglio, e di ricerca non s’è più parlato.<br />
Adesso si riparte, anche se a guidare lo sparuto drappello degli apprendisti stregoni sono sempre le scuole primarie, e se nell’ambito del <em>particulare </em>prevalgono i “progetti”, tesi soprattutto a fare cassa a favore di scuole sempre più indigenti. Ma il terreno di confronto non sono più le aule e le fotocopie, ma il WEB e i blog. A parlarsi e a scambiarsi esperienze non sono neppure più i “colleghi di scuola”, quelli che si incontrano quotidianamente di fronte allo stesso tipo di udienza, ma genericamente “insegnanti”, persone a volte senza volto provenienti dai luoghi più diversi e portatori di esperienze molto lontane tra loro. Questo è un elemento su cui riflettere. Come ogni esperienza, anche questa porta con sé elementi positivi e negativi; prima di spingersi troppo oltre, vale la pena di prendere consapevolezza sia degli uni che degli altri, per separare, fin che si è in tempo, “il grano dal loglio”. </p>
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		<title>Lo studio storico in Internet</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 09:11:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Didattica]]></category>

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		<description><![CDATA[Si parla oggi di un rinnovato studio della storia direttamente attraverso le fonti reperibili in Internet. Ma quali fonti!? L’interrogativo è affermativo: infatti l’uso del termine “fonte” è qui perlomeno inappropriato. È bene ricordare a chi legge che la fonte storica è sempre e solo un documento originale, ben diverso dai testi storiografici di interpretazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=29101">Si parla oggi di un rinnovato studio della storia direttamente attraverso le fonti reperibili in Internet</a>. Ma quali fonti!? L’interrogativo è affermativo: infatti l’uso del termine “fonte” è qui perlomeno inappropriato. È bene ricordare a chi legge che la <strong>fonte storica</strong> è sempre e solo un <strong>documento originale</strong>, ben diverso dai <strong>testi storiografici</strong> di interpretazione e divulgazione a cui normalmente si può accedere attraverso il WEB.<br />
Immaginiamo infatti di dover affrontare lo studio dell’impero romano. Non sarà certo facile reperire in rete gli atti legislativi di Augusto o la tavola delle <em>Res gestae Divi Augusti</em>, se non in versione jpeg… Ma neppure se ci avviciniamo alla nostra epoca le cose migliorano: i discorsi parlamentari di Cavour bisognerà pur sempre andarseli a cercare negli archivi storici dello Stato Sabaudo, e non certo in qualche server americano. Siamo seri…<br />
Quello che la rete può offrire è uno spazio di avvicinamento alla conoscenza storica (se si tratta di storia); un percorso fatto di tentativi ed errori, perché, questo sì, la letteratura on-line non è ancora, almeno in Italia, delle più affidabili sotto il profilo scientifico. La “libera storiografia digitale” è sostanzialmente opera di volontariato e di entusiasmo intellettuale, ma il lavoro storico rimane ancora di competenza di pochi specialisti che trascorrono il proprio tempo in archivi polverosi. Quando gli archivi saranno stati digitalizzati, allora potremo parlare di accesso alle <strong>fonti</strong>, ma non adesso.</p>
<p>Diverso, il discorso, se guardiamo al Novecento. Il tipico documento storico del XX secolo è infatti il fax, il telegramma, la cartella dattiloscritta, tutto materiale che da tempo è stato ridotto in immagini fotografiche, oggi facilmente reperibili nei siti elettronici degli archivi nazionali. Basti citare due casi: l’<a href="http://foia.state.gov/Reports/HincheyReport.asp">archivio del Dipartimento di Stato americano – FOIA (Freedom of Information Act) </a>, contenente tutta la documentazione riservata delle operazioni di politica estera statunitense (in pratica: della CIA) fino agli anni più recenti; o l<a href="http://www.zionistarchives.org.il/ZA/pMainE.aspx">’archivio storico del movimento sionista</a>, con la documentazione riservata degli atti politico-militari che portarono alla nascita di Israele. Insomma, basta cercare, e il Novecento appare oggi, grazie alla rete, un po’ meno oscuro. Qui dunque è lecito parlare di accesso alle fonti, anche se si tratta pur sempre di un accesso… controllato. Ma è possibile immaginare uno studio della storia su questi testi? Quanto lavoro rimane, a carico dell’insegnante, per individuare, selezionare, mediare, comprendere e porgere, con le dovute cautele, un materiale tanto scottante?  </p>
<p>Internet non è dunque, o almeno non ancora, la soluzione per una nuova didattica della storia. Il WEB rimane sempre e solo un <strong>canale di comunicazione</strong>, non la bacchetta magica capace di risolvere ogni problema cognitivo. Ricerca scientifica e insegnamento rimangono due cose distinte. Che tuttavia dovrebbero trovare un terreno di incontro… ma questo è un altro discorso. </p>
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		<title>Contenuti digitali</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 08:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Didattica]]></category>

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		<description><![CDATA[La discussione sui contenuti della didattica digitale (di cui qui riporto un esempio interessante) sta prendendo una piega, forse inevitabile, di marca anglosassone. Inevitabile perché in Europa, ma soprattutto in Italia, il dibattito è piuttosto all’inizio (per non dire carente), e anche perché la riflessione sulla didattica, a livello di ricerca, è davvero una specialità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La discussione sui contenuti della didattica digitale  (<a href="http://www.slideshare.net/gmarconato/contenuti-digitali-e-didattica">di cui qui riporto un esempio interessante</a>) sta prendendo una piega, forse inevitabile, di marca anglosassone. Inevitabile perché in Europa, ma soprattutto in Italia, il dibattito è piuttosto all’inizio (per non dire carente), e anche perché la riflessione sulla didattica, a livello di ricerca, è davvero una specialità di Oltremanica (e di Oltreatlantico).<br />
Ma proprio per questo il rischio che si corre, a mio parere, è quello di privilegiare quel tipo di apprendimento centrato sul “fare” che è tipico della pedagogia pragmatistica.<br />
Forse è bene ricordare che esistono almeno <strong>due </strong>tipi di processi psicologico-associativi fondamentali nell’elaborazione rappresentativa e cognitiva: quello primario e quello secondario. Il primo è caratterizzato da una rapida successione di attivazioni neuronali, capace di creare una vasta capacità associativa e una rapida reattività ambientale, tali da permettere una buona presa sulla realtà e una buona capacità di adattamento alle trasformazioni. L’aspetto negativo di tale processo è, ovviamente, la mancanza di profondità concettuale e la scarsa propensione alla simbolizzazione. Da tale processo sorge, come insegna Jung, il tipo <em>estroverso</em>. Il secondo processo è quello contrario, centrato sulla persistenza delle associazioni con una lenta attivazione neuronale, da cui derivano una maggiore propensione all’approfondimento delle singole esperienze e una maggiore capacità di concentrazione, con la relativa astrazione dall’ambiente, e una forte capacità di simbolizzazione. Gli aspetti negativi di questa seconda capacità sono, naturalmente, legati alla paura dei cambiamenti e a un certo conservatorismo caratteriale, tipici del carattere <em>introverso</em>.<br />
Orbene, una didattica pragmatistica è per sua stessa natura unilaterale, ovvero centrata sulla presa della realtà, sul dominio delle dinamiche di trasformazione dei fenomeni, a scapito del loro approfondimento concettuale e semantico, che può derivare soltanto da una più lenta e consapevole elaborazione degli stimoli.  Va bene dunque educare ai cambiamenti e ai processi di trasformazione dei fenomeni, ma ricordando che ogni fenomeno è anche portatore di senso, o meglio, è una <em>costellazione di significati</em>.<br />
Digitalizzare l’apprendimento non deve andare a scapito di uno dei due processi, ma deve condurre, finalmente, a una loro armonizzazione, a una ideale interazione tra reattività ambientale e comprensione del senso. Per questo è assolutamente necessario che non solo pedagogisti e psicologi, ma anche i filosofi comincino ad interessarsi un po’ di più di quanto sta avvenendo nel mondo della comunicazione interattiva e digitale.</p>
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		<title>2 giorni a Fosdinovo</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2009 10:49:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Didattica]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo SchoolBookCamp di Fosdinovo è finito. In due giorni editori, ricercatori, blogger e docenti si sono incontrati per cercare un’intesa operativa che riesca a fendere le nebbie (o i polveroni) che pesano sul futuro del libro di testo. Due giorni deliziosi e intensi, tra la foce del Magra e le Alpi Apuane, nella cornice rinascimentale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo <a href="http://barcamp.org/SchoolBookcamp">SchoolBookCamp di Fosdinovo</a> è finito. In due giorni editori, ricercatori, blogger e docenti si sono incontrati per cercare un’intesa operativa che riesca a fendere le nebbie (o i polveroni) che pesano sul futuro del libro di testo. Due giorni deliziosi e intensi, tra la foce del Magra e le Alpi Apuane, nella cornice rinascimentale del castello dei Malaspina. Nel salutare tutti gli amici con cui ho condiviso questo piacevole impegno (Mario Guaraldi e Noa Carpignano in particolare), mi permetto di proporre una prima rapida sintesi di quanto è emerso dal brainstorming collettivo, in funzione di una semplice raccolta di idee da cui ripartire per la costruzione di nuovi percorsi di ricerca.<br />
Che il problema non sia l’editoria digitale in sé (ormai un dato di fatto che aspetta solo più la conferma del mercato per decollare) ma il testo scolastico, ci costringe ad allungare di molto il cammino della riflessione, facendo tappa prima di tutto sul concetto di apprendimento. Per questo molti interventi hanno ribadito che il problema non è immaginare a priori un nuovo mezzo, ma chiedersi il fine per cui è necessario crearlo, fine evidentemente formativo ed educativo. Ragion per cui  è necessario spostare l’area semantica della riflessione dall’oggetto e-book al mezzo complessivo di cui esso è una piccola parte: la rete. La rete è un fenomeno sociale e culturale (sempre più antropologico in senso lato) da “governare”. Attenzione: non intendo dire che c’è bisogno di un potere che la regoli; intendo dire che ciascuno di noi deve costruirsi una strategia per l’uso, prendersi carico di delimitare il territorio in funzione dei propri scopi. E infatti mi pare che fossimo tutti d’accordo nel sostenere che la “nuova” didattica non può limitarsi ad aprirsi alla rete come ad un immenso archivio di dati capaci di sostituire i manuali scolastici, ma che occorre sempre tenere fissa l’esigenza di un progetto che sia finalizzato alla formazione, e quindi di un progetto che sia scientificamente garantito nelle sue possibilità formative. In tal senso la figura dell’editore, in quanto mediatore tra ricerca e produzione, è del tutto indispensabile. Inoltre, sempre rimanendo nella sfera del mezzo (della rete), è emerso con molta chiarezza che la “didattica digitale” non è la didattica che si avvale dei mezzi digitali, ma è una didattica che abita i mezzi di comunicazione digitale, così come la didattica analogica abita/ava i mezzi di comunicazione a stampa. Non si tratta perciò di inventare un modo nuovo di scrivere i testi, ma di assorbire, da un punto di vista formativo, l’evoluzione socializzatrice del WEB 2.0.<br />
Cos’è allora l’e-book, in quest’ottica globale? È innanzi tutto un progetto didattico. Quindi un laboratorio aperto in cui convergono le forze della ricerca scientifica, dell’esperienza didattica che media il discorso scientifico verso la fruizione scolastica, della fruizione consapevole che interagisce in feedback con la produzione, per modificare gli indirizzi astratti della ricerca verso le esigenze concrete e attuali dell’apprendimento. E quindi: interattività, ipertestualità creativa (rompere le barriere disciplinari), concettualizzazione del sapere (dal generale al particolare), multimedialità. Ma tutti questi elementi, come sanno coloro che hanno partecipato al barcamp, sono stati appena accennati.<br />
I lavori sono dunque all’inizio. Con una consapevolezza condivisa: che non c’è nessuna certezza di dove andranno e di quando finiranno. Ci siamo lasciati con la promessa di collaborare in una ricerca che rimetta in gioco anche le nostre professionalità, verso un futuro che dipende molto anche da noi.<br />
Grazie a tutti e arrivederci al prossimo raduno. </p>
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		<title>Insegnare stanca o stanchi di insegnare?</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2009 10:04:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Didattica]]></category>
		<category><![CDATA[e-book]]></category>
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		<description><![CDATA[La Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo ha organizzato un Focus Group sull’educazione alla cittadinanza, invitando docenti di tutte le discipline a confrontarsi e proporre metodologie e percorsi tratti dalla propria esperienza e volti a rinnovare l’insegnamento dell’Educazione civile (ex Educazione civica). Nove lunghe ore di dibattito e riflessione non sono bastate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo ha organizzato un Focus Group sull’educazione alla cittadinanza, invitando docenti di tutte le discipline a confrontarsi e proporre metodologie e percorsi tratti dalla propria esperienza e volti a rinnovare l’insegnamento dell’Educazione civile (ex Educazione civica).<br />
Nove lunghe ore di dibattito e riflessione non sono bastate a produrre molto più che una presa di coscienza dei problemi che un “insegnamento del senso critico” oggi comporta. Dalla matematica al diritto, dalla chimica alla letteratura, e naturalmente dalla storia e alla filosofia, i campi del sapere sono attualmente di fronte a una sorta di “punto di catastrofe”, il cui superamento è determinante per il futuro della scuola: il rinnovamento dei canali di apprendimento.<br />
Molto si è parlato delle differenze tra la scuola che ha formato gli insegnanti di oggi (che fu la scuola di transizione post-sessantottina), e la scuola “della Gelmini”, per essere sintetici. Qual è la differenza? Una tra le decine (<a href="http://ospitiweb.indire.it/adi/SemFeb2009_atti/DParisi/sa9D_frame_dir.htm">checché si dica che la scuola è sempre la stessa da secoli</a>): la relazione tra gli strumenti dell’apprendere e quelli dell’”evadere”. Chi oggi ha più di quarant’anni, si è formato in modo sostanzialmente omogeneo sia nel momento in cui studiava che nel momento in cui “evadeva”, poiché gli strumenti della comunicazione creativa e di evasione erano gli stessi che venivano utilizzati per la formazione. Sto parlando ovviamente dei libri (dal manuale scolastico al romanzo o alla rivista o al fumetto) e dei media (il disco di vinile o il nastro magnetico ascoltati a scuola e quelli posseduti a casa).<br />
Non più così oggi. Gli strumenti dell’apprendimento utilizzati nelle scuole sono in larga misura rimasti gli stessi  (il laboratorio di informatica non incide ancora in modo sostanziale nella programmazione didattica), mentre quelli di evasione sono del tutto diversi.<br />
Conseguenze? Per noi quel modo di studiare aveva un senso, perché coincideva in gran parte con la nostra percezione spontanea del comunicare e del sapere; per i nostri studenti lo sta perdendo (o lo ha già perso?).<br />
Soluzioni? Devolvere milioni di euro alla decostruzione/ricostruzione dello spazio di apprendimento e dei canali di insegnamento, con un parallelo rinnovamento di tutto il corpo insegnante. È ora che noi sessantottini ci togliamo dai piedi.  </p>
No Tag]]></content:encoded>
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		<title>Analfabetismo universitario</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2009 13:59:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Didattica]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel giro di due mesi ho partecipato a 4 tra convegni e focus group su didattica e nuove tecnologie, ai quali possiamo aggiungere quelli di cui non ho avuto notizia e altri a cui non ho intenzionalmente voluto aderire. Ci cambiano la scuola sotto i piedi e, come un formicaio impazzito, corriamo a destra e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel giro di due mesi ho partecipato a 4 tra convegni e focus group su didattica e nuove tecnologie, ai quali possiamo aggiungere quelli di cui non ho avuto notizia e altri a cui non ho intenzionalmente voluto aderire. Ci cambiano la scuola sotto i piedi e, come un formicaio impazzito, corriamo a destra e a manca senza sapere dove stiamo andando. Ma non è di questo che voglio parlare oggi.<br />
Piuttosto di un tema che ha costantemente costellato quelle faticose giornate: l’insipienza dei professori di fronte agli epocali cambiamenti della nostra società. Naturalmente dei professori di scuola media (superiore in particolare). Incompetenti in tutto ciò che riguarda le attuali tecniche di comunicazione, incapaci di cogliere le immense opportunità culturali e didattiche che Internet e l’iPod offrono, del tutto disinteressati a capire lo straordinario sviluppo mentale dei “nativi digitali”. Cose in parte vere, purtroppo, le cui cause sarebbe serio studiare. Ma come ogni discorso che si fa in questo Paese, ideologicamente e strumentalmente stravolte. Perché l’uso dei nuovi canali d’informazione e di formazione, come la rete e il multimediale intelligente, richiede una seria e profonda preparazione, che dovrebbe ricadere a cascata dalle università verso gli educatori, in un continuo processo di formazione e aggiornamento. E allora andiamo a vedere che cosa si fa nelle università.</p>
<p>Come prima cosa, ho verificato quante pubblicazioni universitarie sono disponibili on-line gratuitamente, così come avviene nella quasi totalità delle università anglo-americane (potrei portare centinaia e centinaia di esempi, per qualsiasi argomento, dalla <a href="http://brainmuseum.org/index.html">storia del cervello</a>  all’<a href="http://www.ancient-egypt.org/index.html">egittologia</a>, ma mi risparmio la fatica: basta che ciascuno di voi provi a fare una ricerca su Google per non più di un quarto d’ora…): risultato: 0 (zero).<br />
Allora ho navigato per un po’ alla ricerca delle dispense universitarie: quelle almeno dovrebbero essere accessibili (magari a pagamento, of course): ecco cosa ho trovato:<br />
<a href="http://www.alverde.net/forum/compravendita-di-applicativi-e-grafica-per-il-web/89032-vendo-dispense-universitarie.html">1]</a><br />
<a href="http://annunci.studenti.it/firenze/appunti-universita/venidta-appunti-e-dispense-universitarie-facoltaa-farmacia-firenze.html">2]</a><br />
<a href="http://carlonicolini.altervista.org/VECCHIOSITO/Meccanica%20statistica/Dispensa%20meccanica%20statistica%201.pdf">3]</a><br />
<a href="http://www.p2pforum.it/forum/showthread.php?t=260059">4]</a><br />
<a href="http://www.storiafilosofia.it/">5]</a> (quest’ultimo poi è “stratosferico”: fa passare per appunti universitari un miserabile Bignami di storia insufficiente anche per un liceo)<br />
Gli studenti si arrangiano: ho faticato, adesso pagatemi. E i  professori? 0 (zero).</p>
<p>Morale. Le università italiane pubblicano su Internet gli orari e gli organici, il resto pare siano tutte sciocchezze. La ricerca si fa nel chiuso di un aula, poi esce per i tipi di qualche prestigiosa rivista o casa editrice, perché questo è ciò che conta. E sostanzialmente, da ciò che appare navigando LIBERAMENTE (perché magari qualche appunto delle lezioni si trova anche, naturalmente solo ad accesso riservato ai propri studenti, “se no gli altri mi rubano le idee”), i cattedratici italiani della comunicazione – non parliamo della rete o dei Multimedia – se ne fregano.<br />
Altro che e-book….. </p>
No Tag]]></content:encoded>
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		<title>Il parricidio rituale</title>
		<link>http://chatel.bibienne.net/2009/02/18/il-parricidio-rituale/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2009 20:19:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Didattica]]></category>
		<category><![CDATA[Testi digitali]]></category>
		<category><![CDATA[circolare]]></category>
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		<category><![CDATA[ebook]]></category>
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		<category><![CDATA[testi scolastici]]></category>

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		<description><![CDATA[«Per le prime tra classi della scuola primaria, le istituzioni scolastiche valuteranno l’opportunità e la praticabilità della progressiva introduzione dei libri di testo in versione on line o mista. A tale proposito, è opportuno considerare che – come sottolineano autorevoli studi – il rapporto con la realtà e l’approccio alla conoscenza dei cosiddetti “nativi digitali”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-16" src="http://chatel.bibienne.net/files/2009/02/gutenberg.jpg" alt="gutenberg" width="240" height="316" /></p>
<blockquote><p>«Per le prime tra classi della scuola primaria, le istituzioni scolastiche valuteranno l’opportunità e la praticabilità della progressiva introduzione dei libri di testo in versione on line o mista. A tale proposito, è opportuno considerare che – come sottolineano autorevoli studi – il rapporto con la realtà e l’approccio alla conoscenza dei cosiddetti “nativi digitali”, ovvero i nostri piccoli e grandi studenti, sono ormai significativamente diversi da quelli dei “figli di Gutenberg”. È questo un dato di novità assoluta difficilmente ignorabile e con il quale la scuola e i processi di insegnamento/apprendimento che in essa si attuano dovranno progressivamente misurarsi»</p></blockquote>
<p>[Dalla circolare n. 16 del 10 febbraio del Ministero dell’istruzione sull’adozione dei libri di testo per l’anno scolastico 2009/2010]</p>
<p>I nipotini di Gutenberg hanno fatto quello che i suoi figli non osarono: l’orda dei “nativi digitali” ha messo in scena il sacrificio rituale che segna, nell’inconscio collettivo, il passaggio dall’infanzia alla maturità. Col <em>nonnicidio</em> di Gutenberg sorge dunque l’epoca dei <em>manuali scolastici digitali</em>. Si tratta ora di vedere come prenderà la cosa il matriarcato imperante nella nostra scuola di ogni ordine e (de)grado.<br />
Scherziaparte, i tempi sono maturi per una simile avventura culturale? O non si ripete, sempre più ingigantito, il copione ormai radicato della “forbice generazionale”, per cui quello che agli occhi dell’educatore pare essere un evento di sconvolgente novità, per i ragazzini è già roba da museo? Forse c’è un po’ di verità in tutti e due i corni del problema.<br />
Ma le sorprese non sono finite. La stupefacente metafora psico-antropologica dei nostri dirigenti ministeriali è solo la punta dell’iceberg che ha preso a vagabondare minaccioso per la morta gora scolastica. Cari colleghi insegnanti: avete mai sentito parlare di <em>testi digitali</em>? E se sì, ne avete mai visto uno <strong><em>adatto alla didattica</em></strong>? Cari editori: voi forse speravate che l’articolo 15 della legge finanziaria 2008 fosse uno scherzo… e invece no! E adesso?! Cari studenti: voi pensavate che Internet fosse l’albero della cuccagna da cui scaricare a man bassa ogni genere di trastullo; adesso ci troverete pure i libri di scuola, e per di più a pagamento!  Insomma, ce n’è per tutti in quanto a sorpresa e sgomento. Chi insegnerà ai docenti qual è la specificità di un <em>testo digitale</em>, oltre al suo essere una cosa chiamata <em>file PDF</em> che bisognerà fare la fatica di andarsi a scaricare e fotocopiare? Che cosa metteranno in scena le “quattro sorelle” dell’editoria scolastica nazionale per rispondere al dettato ministeriale, oltre che aprire un  sito da cui scaricare la semplice versione digitale di quello che hanno già in magazzino? A pensarci bene, gli unici a guadagnarci  qualcosa saranno proprio gli studenti, che potranno giustificare le ore passate a chattare on line con la scusa che stanno… studiando.<br />
Non è il caso di fare del sarcasmo. Se la rivoluzione informatica non ha inciso particolarmente a fondo nel percorso formativo della scuola italiana, sarebbe forse opportuno non sprecare un’ulteriore occasione: in ultima analisi, si tratta di una “riforma” relativamente poco costosa, che può tranquillamente avvalersi degli strumenti attualmente esistenti in ogni istituto (con qualche leggero potenziamento), e che potrebbe rivelarsi davvero un passo avanti nella razionalizzazione delle risorse economiche, soprattutto per le famiglie. Se questo verrà compreso senza mistificazioni e strumentalizzazioni, allora tutta l’energia creativa che oggi langue dietro le cattedre potrebbe trovare un nuovo vero canale di espressione, trasformando in opportunità un’”alzata d’ingegno” tanto inattesa quanto provvidenziale. Perché, per dirla tutta, la vera novità non è il canale, ma il messaggio, o meglio: il codice. <em>Libro digitale</em> vuol dire scrivere in modo diverso, comunicare in modo diverso, studiare in modo diverso. Quando questo diverrà chiaro, qualcuno perderà davvero il sonno, ma molti ritroveranno il piacere di risvegliarsi.</p>
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		<title>Didattica on-line.</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Feb 2009 19:18:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Didattica]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-20" src="http://chatel.bibienne.net/files/2009/02/eschermoebius.jpg" alt="eschermoebius" width="350" height="169" /></p>
<p>Pensare all’informatizzazione della scuola come a un mero problema finanziario e di Hardware (un PC per ogni classe) equivale a perseverare in una miopia progettuale senza sbocchi. Il problema vero, ovviamente, è l’integrazione dell’apprendimento in una realtà socio-culturale che ha ormai preso una forma precisa e perfettamente riconoscibile (ma non stabile).<br />
Il “sistema” culturale è fatto di livelli tra loro costantemente interagenti: il livello dei significati, cioè degli scopi condivisi che una comunità si pone in vista dell’organizzazione del reale; il livello concettuale, cioè della forma che il pensiero assume per organizzare la progettualità; e infine il livello della comunicazione, con i suoi ben noti sotto-livelli, primo fra i quali quello del <em>canale</em>. Nessuno di questi livelli è causa diretta delle trasformazioni del sistema, ma ciascuno di essi contribuisce, con le sue trasformazioni, a modificare gli altri, in un tipico “anello di retroazione” inestricabile e, dal suo interno, indecifrabile. Per essere chiari: la rete Internet non è riducibile al solo fattore fisico informatico, ma è anche il risultato di un progetto e, a sua volta, causa di potenti trasformazioni nella visione del mondo: essa è nata per la “decostruzione” dei testi e si è sviluppata lungo linee non previste, divenendo un archivio planetario dove il piano immaginario e logico-deduttivo si intersecano senza soluzione di continuità, favorendo nuovi processi associativi e nuovi utilizzi del codice linguistico. Ma chi volesse trovare il “bandolo” di una simile matassa perderebbe il suo tempo: il WEB assomiglia più a un <em>nastro di Moebius</em> che a un processo lineare, poiché ciò che è esterno (alla sua logica) diviene successivamente interno (ad essa), e ciò che ne determina la struttura ne costituisce contemporaneamente l’immagine visibile.  Il WEB costituisce dunque quello che potremmo definire un <em>nuovo paradigma</em>, segnando il nostro tempo come quello di una potente rivoluzione culturale.</p>
<p>Si sa che i “nuovi paradigmi” culturali non sono mai immediatamente percepibili, né tantomeno fruibili con facilità. Essi richiedono un adattamento, e devono dimostrare a tutti i livelli la loro forza d’urto e la loro necessità, scalfendo il piano complessivo delle credenze condivise da una società. Non è quindi di per sé “giusto” seppellire la scuola e i suoi operatori di critiche e sarcasmo, perché la consapevolezza dei mutamenti è più facile a livello individuale che collettivo. Un insegnante può anche essere perfettamente “alfabetizzato” nell’uso del computer e della rete, ma tuttavia continuerà a trovare molto difficile rendere operative le proprie competenze su scala sociale, per mancanza di strutture adeguate, di un sistema di segni non ancora “universale”, e soprattutto di una chiara rappresentazione concettuale del senso di ciò che sta avvenendo. È indispensabile quindi procedere, in questa fase, con una logica empirica, fondata su un modello di tipo baconiano: raccogliendo cioè in modo ordinato le osservazioni che sorgono dagli interventi fatti sulla realtà, per individuare, nelle risposte che essa fornisce, le costanti.</p>
<p>Chi decide di <em>lavorare</em> utilizzando la rete non deve quindi dare nulla per scontato, ma assumere un atteggiamento o<em>sservativo</em> e <em>flessibile</em>, senza piani di sviluppo rigidamente precostituiti, ma aperti alle sollecitazioni che il nuovo paradigma costantemente offre, come una terra inesplorata che ancora non si sa se sia un’isola o un continente. Tanto più se il suo indirizzo è di tipo <em>educativo</em>.<br />
Progettare una nuova comunicazione didattica – in particolare una nuova manualistica – richiede livelli diversificati di intervento. Detto con molta semplicità: scrivere non basta più. Occorre (ma questa certo non è una novità) prima di tutto <em>osservare</em>, e poi <em>dialogare</em>.<br />
L’<em>osservazione</em> va diretta verso una molteplicità di obbiettivi: intanto lo “stato dell’arte” in relazione a ciò di cui ci si sta occupando, ma soprattutto il  valore d’uso dei nuovi codici e la loro efficacia specifica in relazione ai contenuti che si devono veicolare. Lo sviluppo della rete e l’informatizzazione ormai generalizzata della comunicazione generano praticamente ogni giorno nuovi programmi in grado di veicolare le informazioni con codici che non hanno quasi più niente di tradizionale. Le <em>mappe concettuali</em> sono giunte a un livello avanzato di utilizzo; la <em>messaggistica</em> – Forum e Mailing List &#8211; presenta soluzioni assai valide per la condivisione della ricerca e la memorizzazione dei dati. L’uso del <em>Template</em> come formato di video scrittura condivisibile ha radicato la socializzazione del lavoro a livelli di partecipazione davvero impensabili fino a cinque o sei anni or sono.<br />
Su queste basi di consapevolezza, un progetto didattico deve aprirsi a ventaglio con una varietà di soluzioni ben integrate fra loro. Il manuale diventa un momento, (forse) quello centrale, ma comunque strutturato con criteri di componibilità che lo rendano un oggetto profondamente “diverso” rispetto al normale (e indispensabile) libro di lettura. Accanto ad esso, si può aprire una fase di dialogo, attraverso una varietà di strumenti digitali, tra Autore e Lettore, e questo non semplicemente per il fatto che “la cosa è possibile”, come se si trattasse di “essere innovativi” senza minimamente sapere dove l’innovazione vada a parare. Occorre rendersi conto che l’evoluzione della rete sta facendo emergere, tra le altre cose, due fenomeni fondamentali: l’interattività progettuale e interpretativa, e una nuova forma di <em>scrittura orale</em>.<br />
Quasi per assurdo, il computer connesso alla rete può davvero ridurre drasticamente il peso della lezione frontale a tutto vantaggio di una concreta partecipazione collettiva del gruppo classe (docente compreso) al processo formativo. Ma con altrettanta forza va compreso che lo “scrivere per il WEB” non ha più lo scopo precipuo di conservare e fissare il sapere (in aperta contraddizione con lo spaventoso accrescimento della memorizzazione dei dati a cui stiamo assistendo). La <em>comunicazione interattiva</em> è una forma intermedia tra lo scambio di documenti e il colloquio orale; del documento conserva la formalità sintattica – ma questo è tuttavia assai discutibile, per le imponenti trasformazioni linguistiche che la rete sta imponendo ai processi verbali -, mentre dell’oralità presenta il carattere della <em>transitorietà</em>. È vero che una pagina WEB si può conservare indefinitamente, ma indefinitamente quanto? E poi, qual è propriamente il <em>luogo</em> di una pagina WEB? E ancora: una pagina WEB ha tutte le caratteristiche di un <em>work in progress</em> che, nel suo sviluppo, si “esaurisce” progressivamente, come una specie di nuovo <em>palinsesto</em> sul quale ogni aggiunta si sovrappone alla scrittura precedente rendendola opaca. In sostanza, chi scrive <em>appositamente</em> per il WEB non scrive più “a futura memoria”, ma per una immediatezza della comunicazione che ha alcune proprietà tipiche dell’oralità, anche se di un’oralità abnorme, perché il suo messaggio è “visibile” (e non udibile) praticamente in tutto il mondo.<br />
E quindi, una “pubblicazione” didattica aderente al paradigma interattivo e “neo-orale” non può mancare di alcuni requisiti costitutivi: 1) la revisione costante (o la re-visione!) dei dati e l’aggiornamento del piano dei contenuti in linea con le informazioni circolanti nella “rete del sapere”. 2) la decostruzione del codice comunicativo secondo i diversi livelli di competenza di un’utenza che non è più specificamente predeterminata. 3) la moltiplicazione dei codici comunicativi secondo il tipo di messaggio da veicolare.</p>
<p>1) non si vuole sostenere, con questo punto, che la scuola debba “inseguire” tutte le novità del campo del sapere, perché è pur vero che il fondamento di ogni apprendimento è dato da alcune competenze di base che vanno costruite sulla base di una tradizione consolidata. Al di là quindi di ogni apologia dell’improvvisazione, ciò che intendiamo sostenere è la necessità che il manuale scolastico offra all’insegnante il panorama sempre aggiornato inerente alla sua disciplina, in un confronto aperto tra ciò che egli ha appreso e ciò che ne consegue sul piano della ricerca scientifica. Solo così egli può offrire del proprio sapere una immagine viva e non fossilizzata attorno a formule non più coerenti con l’enciclopedia circostante che costituisce la totalità del mondo. Ricordiamo le parole di Nietzsche: « Qui si fa chiaro come l’uomo abbia molto spesso necessariamente bisogno, accanto al modo monumentale e antiquario di considerare il passato, di un terzo modo, quello critico: e anche questo per servire la vita. Egli deve avere, e di tempo in tempo impiegare, la forza di infrangere e di dissolvere il passato per poter vivere: egli ottiene ciò traendo quel passato davanti a un tribunale, interrogandolo minuziosamente, e alla fine condannandolo; ogni passato merita invero di essere condannato (…). Non è la giustizia che siede qui a giudizio; ancor meno è la clemenza che siede qui a giudizio: ma soltanto la vita, quella forza oscura e impellente, insaziabilmente avida di se stessa» [<em>Sull’utilità e il danno della storia per la vita</em>].<br />
2) la <em>simultaneità</em> spaziale (o “senza-spazio”, <em>a</em>-topica) della comunicazione on-line rende ogni messaggio fruibile “universalmente”, senza cioè più la possibilità di limitarlo a un target specifico di lettori. L’unico sistema per ritagliare un testo secondo le esigenze di un determinato pubblico, è quello di forzarne il piano linguistico su livelli di iperspecialismo o di idioletto “regionale”. <em>Mutatis mutandis</em>, vale dunque l’osservazione che, volendo, si può decostruire un determinato testo a più livelli lessicali, fornendone contemporaneamente diverse versioni, con i legami sinottici tipici dell’ipertestualità, dalla più divulgativa alla più specialistica; ovvero, per rimanere in ambito didattico, da quella elementare a quella liceale. In questo modo si otterrebbero due risultati: creare un’autentica <em>verticalità</em> progettuale, che elimini le ripetizioni a tutto vantaggio della profondità dell’approccio analitico ai problemi; mostrare al discente il cammino percorso, potendo così egli comprendere come ha maturato un diverso modo di comprendere i problemi e i fatti. <em>Comprendere come si comprende</em> ha molto più valore che comprendere <em>qualcosa</em>.<br />
3) infine, l’utilità della tecnologia applicata ai fini, in una verisone “virtuosa” del detto che “il fine giustifica i mezzi”. La diffusione di Internet come mezzo di intrattenimento può diventare un’occasione per riallacciare un rapporto operativo stringente con le giovani generazioni. La loro conoscenza dei sistemi di comunicazione on-line (appunto: dalla Chat-line ai Giochi di ruolo), va vista come una proposta concreta di comunicazione: trasformare il gioco di ruolo in un “gioco” di apprendimento, o il cicaleccio della messaggistica in una continuazione della discussione iniziata in classe, non è un mero “specchietto per le allodole”, ma è un tentativo di trasformare il silenzio che oggi pesa tra la cattedra e i banchi in una nuova possibilità di scambio tra intelligenze.</p>
<p>Questi <em>tentativi</em> di adeguamento al nuovo paradigma costituiscono la nostra piattaforma di lavoro, sulla quale rimane poco altro da dire, in attesa che essi stessi lascino, sulla <em>tabula rasa</em> delle nostre attese, dei segni decifrabili che ci parlino della nuova realtà in cui viviamo.</p>
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