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	<title>Insegnare stanca... &#187; Polemiche</title>
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		<title>Signor B., signor Gasparri, io non sono vostro concittadino.</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 18:16:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Polemiche]]></category>
		<category><![CDATA[Gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Scrive Santiago Lòpez Petit: Il cittadino come unità di mobilitazione. Si può dire che se la lotta di classe, l’antagonismo operaio gestito dai sindacati di classe, costituiva il motore, e l’elemento coesivo della società industriale, adesso è la guerra gestita da parte dello spazio democratico che realizza quella funzione. Si tratta di una guerra mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrive Santiago Lòpez Petit:</p>
<blockquote><p><strong>Il cittadino come unità di mobilitazione</strong>.</p>
<p>Si può dire che se la lotta di classe, l’antagonismo operaio gestito dai sindacati di classe, costituiva il motore, e l’elemento coesivo della società industriale, adesso è la guerra gestita da parte dello spazio democratico che realizza quella funzione. Si tratta di una guerra mai dichiarata che non appare mai direttamente come tale. La guerra sociale che si fa contro di noi si presenta sotto forma di misure economiche, riforme politiche e anche interventi umanitari… sempre necessari e sempre per iol nostro bene.</p>
<p>La guerra è in definitiva il nome di questa mobilitazione globale delle nostre vite che lentamente ci distrugge. In verità non c’è distinzione tra economia e politica, per cui è sbagliato pensare di salvare la politica per poter controllare l’economia. La mobilitazione globale, come la realtà che essa produce, è un fenomeno totale che si non lascia ridurre. La spazio democratico, unito al potere terapeutico, incanala la mobilitazione generale, non può situarsi pertanto sul piano della politica. Per questo la figura del cittadino che continua a essere l’interlocutore del discorso politico democratico, rimane ridimensionata. Il cittadino, spinto dalla crisi, firma il contratto personale che lo inserisce nella mobilitazione globale, però questo inserimento lo trasforma profondamente. Il buon cittadino non è solo colui che si comporta in maniera civica e che vota, ma è colui che è disposto a fare della sua vita un continuo investimento capitalista nel pieno denso della parola.  “Avere una vita” significa investire denaro, sforzo e tempo nella gestione della propria vita, riconvertirsi permanentemente. Cittadino è colui che si adatta alle esigenze della realtà e sa convertirsi in un autentico pezzo della realtà. Non è esagerato affermare che cittadino è colui che non è padrone della sua vita, ma suo schiavo. Questa conversione in unità di mobilitazione finisce non appena si maifesta un barlume di noi. Il noi dell’antagonismo operaio e il noi delle lotte per il riconoscimento, seppure non è scomparso, è stato svuotato di futuro. Però questo non futuro non è liberatore, ma è ripetizione di quel che già conosciamo.</p>
<p>E senza dubbio il capitale, mentre ci fa la guerra, e farci la guerra significa convertirci intimamente in capitalismo, ricostruisce forzatamente un “noi”. Il noi che nasce dal malessere sfugge a una logica della visibilità, irrompe improvvisamente e si nasconde. Se dall’11 settembre la violenza è stata essenzialmente di matrice terrorista, la violenza sta conquistando giorno dopo giorno un carattere sempre più sociale.</p>
<p>Con la crisi attuale, come abbiamo già detto, ilo capitalismo trionfa persino nel momento stesso in cui costruisce il suo nemico interno. Il conflitto che serviva da funzione di ordine si converte, in un rumore di fondo. Il rumore di fondo, l’uomo anonimo e il suo malessere sono il nuovo grande pericolo. Sono nemici tutti quelli che non sopportano che la loro vita sia schiacciata dalla mobilitazione globale. Nemici in ultima istanza siamo tutti. Con ragione, l’oracolo di Davos riunito nel suo rifugio svizzero ha avvertito poco tempo fa: “La severe crisi economica potrebbe creare reazioni sociali violente”. Questa è la grande paura. Che questo rumore di fondo sovrasti la musica, che la disperazione si converta in collera. Che questo noi, in silenzio e nella notte, finisca per rovesciare completamente la figura diurna del cittadino. Loro hanno il giorno noi abbiamo la notte. Il cittadino al quale i politici si rivolgono perché stringa la cintura della crisi, non esiste in quanto tale. È un’entelecheia, un espediente retorico per veicolare un discorso di sottomissione che permetta di prolungare il disboscamento del capitale. Il cittadino è stato ridimensionato come pezzo essenziale della mobilitazione sociale. Ci chiamano in causa come cittadini quando in verità vogliono che siamo solo unità mobilitate. È oora di abbandonare questo involucro vuoto, questa figura retorica dalla cui bocca parla solo la voce del potere. Come ciittadini, agendo come cittadini, abbiamo perso la guerra fin dall’inizio. E se dunque la smettessimo di essere cittadini?</p></blockquote>
<p>In: Alfabeta2.05, <em>Smettiamola di essere cittadini</em>.</p>
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		<title>I dieci minuti che sconvolsero il mondo</title>
		<link>http://chatel.bibienne.net/2010/11/28/i-dieci-minuti-che-sconvolsero-il-mondo/</link>
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		<pubDate>Sun, 28 Nov 2010 21:50:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Epigrammi]]></category>
		<category><![CDATA[Polemiche]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Wikileaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono due aspetti della vicenda Wikileaks su cui è bene soffermarsi. Cominciamo dal più generale. Assange è un eroe dei nostri tempi, perché, come ha detto (&#8220;voce dal sen fuggita&#8221;) Mentana al TG de La7: &#8220;da oggi nulla sarà più come prima&#8221;. Prima di lui, il ministro degli esteri italiano Frattini aveva sentenziato: &#8220;è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Ci sono due aspetti della <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2010/11/28/dirette/wikileaks_28_novembre-9597555/?ref=HREA-1" target="_blank">vicenda Wikileaks</a> su cui è bene soffermarsi. Cominciamo dal più generale.</p>
<p>Assange è un eroe dei nostri tempi, perché, come ha detto (&#8220;voce dal sen fuggita&#8221;) Mentana al TG de La7: &#8220;da oggi nulla sarà più come prima&#8221;. Prima di lui, il ministro degli esteri italiano Frattini aveva sentenziato: &#8220;è l&#8217;11 settembre della diplomazia&#8221;. Diplomazia… questa poi! Comunque: al di là dei fuochi d&#8217;artificio sparsi a pioggia sul pianeta dalle rivelazioni dei cablogrammi statunitensi, ciò che conta è ben altro. Se ce n&#8217;era ancora bisogno, è stato dimostrato che Internet è un reale strumento di conoscenza, il più importante nella storia della moderna umanità, il più sconvolgente &#8220;sistema di segni&#8221; ideato per la comunicazione planetaria. Esso sanziona, con questo evento non poi così clamoroso, che la verità, da quella scientifica a quella storica, è un bene universale a cui è possibile attingere anche contro la volontà di potenti più o meno &#8220;abbronzati&#8221;, mistificatori con la tiara, tartufi paludati da storici e analfabeti travestiti da scienziati. Come potranno i detentori della parola – soprattutto della parola politica – nascondere il loro vero volto da domani in poi? Con quale fiducia potranno intrallazzare alle spalle di un&#8217;opinione pubblica finalmente uscita dal sonno della ragione e consapevole di ciò che la storia ha messo nelle nostre mani? Assange potrà anche essere messo a tacere, <a href="http://www.wikileaks.org/" target="_blank">Wikileaks cancellato</a>, ma chi potrà fermare questa rete di intelligenza che avvolge ormai la coscienza collettiva come un manto protettivo contro ogni forma di ipocrisia e menzogna? Di Assange il mondo è pieno, e prima o poi qualcun altro seguirà l&#8217;esempio del &#8220;pirata&#8221; australiano; non ci sono organi di polizia così potenti da fermare un&#8217;attività che non conosce i vincoli delle frontiere e dei codici penali nazionali. Ma un rischio c&#8217;è: che questa &#8220;catastrofe&#8221; politica, che inceppa in modo forse decisivo la gioiosa macchina da guerra della politica da boudoir, spinga i &#8220;poteri forti&#8221; a dare un giro di vite proprio a Internet, a ideare una giurisprudenza internazionale liberticida nei confronti del più potente mezzo di comunicazione mai ideato. Ed è di fronte a questo rischio che gli <em>internauti</em> di buona volontà devono fare quadrato, calzare l&#8217;elmetto e armarsi dell&#8217;assoluta intransigenza di chi persegue ad ogni costo la verità e la libertà. Boris Pasternak ha detto: &#8220;la politica non mi dice nulla. Non mi piacciono gli uomini indifferenti alla verità&#8221;. Come dargli torto? Ma la politica è entrata in Internet, e qualcosa sta cambiando.</p>
</div>
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		<title>Adozione obbligatoria, ovvero il “ghiaccio bollente” della Gelmini.</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2010 16:37:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho già avuto modo di scrivere come la penso sulla circolare Gelmini per l’adozione obbligatoria dei testi digitali dall’anno scolastico 2012. Vorrei ora fare un passo avanti e riflettere sulle reali difficoltà dell’applicazione di quell’insensato ukase. Parlavo allora di una totale carenza di preparazione strutturale, finanziaria e culturale, da parte del ministero, capace di rendere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho già avuto modo di<a href="http://chatel.bibienne.net/2009/04/05/effetto-boomerang/"> scrivere come la penso </a>sulla circolare Gelmini per l’adozione obbligatoria dei testi digitali dall’anno scolastico 2012. Vorrei ora fare un passo avanti e riflettere sulle reali difficoltà dell’applicazione di quell’insensato ukase. Parlavo allora di una totale carenza di preparazione strutturale, finanziaria e culturale, da parte del ministero, capace di rendere operativa una riforma che non sarebbe esagerato definire epocale. La digitalizzazione dei testi non è infatti un fenomeno riducibile alla semplice trasformazione del testo cartaceo in PDF, ma questo sembra essere il tipo di aspettativa che l’ufficio della Gelmini sottintende nella sua decisione. È fin troppo noto a tutti coloro che hanno una minima confidenza con la navigazione in Internet come l’utilizzo di un file PDF aumenti e non semplifichi le difficoltà della lettura. Non parliamo poi se questo file dev’essere usato da una collettività di studenti. È dunque in un’altra direzione che l’editoria scolastica deve marciare per risolvere la questione della manualistica digitale. Ma quale? E qui entrano in gioco le altre gravi carenze di cui sopra: l’assenza di sostegni finanziari alle scuole per migliorare il loro apparato informatico e renderlo accessibile al maggior numero di utenti, e la mancanza di ogni qualsivoglia tipo di formazione dei docenti nell’ambito dei nuovi mezzi di comunicazione “sociale” (o social netwotks). Le innovazione che alcuni editori, come la BBN, stanno perseguendo richiedono infatti nuove competenze soprattutto da parte degli insegnanti, che sono, nella catena di produzione dei libri di testo (autore-editore-docenti-utenti), l’anello più debole. <a href="http://chatel.bibienne.net/2010/09/15/ebookfest-a-fosdinovo-lo-schoolbookcamp/">Altrove </a>infatti notavo ancora come la resistenza dei professori verso il mondo della rete sia l’ultimo grave ostacolo da superare per una trasformazione del testo digitale in realtà efficace. I blog, i forum, le piattaforme multifunzionali appaiono alla maggior parte degli insegnanti italiani (è bene sottolinearlo) come una sorta di terreno minato, la riserva indiana degli adolescenti, un luogo di evasione e cazzeggio di massa. Mentre le università del resto del mondo occidentale stanno “liquefando” (quasi) tutto il loro repertorio didattico nei punti di accesso on-line più diversi, la scuola nostrana ritiene ancora che apparire in rete con nome e cognome e con un proprio scritto sia estremamente “delicato” (quasi pedofilia?).<br />
In sostanza: a prescindere dalle urgenti e fondamentali questioni di principio sulla libertà d’insegnamento e le speculazioni economiche editoriali che conosciamo bene, il primo compito che il mondo della rete e i suoi operatori devono risolvere è l’alfabetizzazione degli insegnanti verso i nuovi sistemi di utilizzo della medesima. L’anello debole va saldato alla realtà, che oggi è fatta di una varietà di accessi alla lettura e allo studio, tra cui il PDF è solo una e non la più efficace.</p>
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		<title>«Sull’utilità e il danno della storia per la vita» (F. Nietzsche)</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 15:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Diceva Nietzsche che l’eccesso di senso storico sottrae l’uomo al presente e lo annulla nel divenire. Evidentemente “santa Maria” Gelmini ha preso alla lettera l’insigne filosofo. È così che l’orario cattedra per l’insegnamento della storia nei licei (scientifici) è passato dalle tre alle due ore settimanali per tutte le tre classi, e lo stesso dicasi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Diceva Nietzsche che l’eccesso di senso storico sottrae l’uomo al presente e lo annulla nel divenire. Evidentemente “santa Maria” Gelmini ha preso alla lettera l’insigne filosofo. È così che l’orario cattedra per l’insegnamento della storia nei licei (scientifici) è passato dalle tre alle due ore settimanali per tutte le tre classi, e lo stesso dicasi per la filosofia. Non vorrei apparire biecamente schiacciato su posizioni corporative, essendo direttamente coinvolto nella questione. La devastazione è ben più ampia, e riguarda praticamente tutte le cattedre delle scuole superiori. La riduzione dell’orario settimanale dalle trenta ore attuali a ventisette non è altro, infatti, che un modo per tagliare posti di lavoro. Così l’accorpamento degli indirizzi si trasforma in un’ulteriore potatura di interi “rami del sapere”, come quello musicale, che, essendo confluito nei cosiddetti Licei coreutici, priva tutti gli altri indirizzi di qualsiasi accenno a questo fondamentale veicolo culturale dell’umanità. Tra parentesi: in Piemonte ci sarà un unico Liceo coreutico, e precisamente a Novara (la città del nuovo governatore). Risultato: a Torino l’insegnamento musicale sparisce di brutto.<br />
Chi non ha pratica d’insegnamento farà ovviamente fatica a comprendere fino in fondo il significato di questa operazione. Semplice: nei tre anni terminali delle superiori il programma ministeriale prevede lo studio della storia universale dal Medioevo ai giorni nostri, unita a uno specifico corso di educazione civica. Una faccenda da niente già così,  figuriamoci con la perdita secca di trentatre ore all’anno. Mentre per la filosofia ora si chiede agli insegnanti di comprimere la storia del pensiero dai “presocratici” a Hegel in due anni, dedicando il terzo esclusivamente al Novecento. Praticamente un Bignami.<br />
A fronte di questa amenità, gli stessi programmi chiedono, tra gli obbiettivi didattici, quanto segue:</p>
<blockquote><p>«Al termine del percorso liceale lo studente dovrà essere consapevole del significato della riflessione filosofica come modalità specifica e fondamentale della ragione umana che, in epoche diverse e in diverse tradizioni culturali, ripropone costantemente la domanda sulla conoscenza, sull&#8217;esistenza dell&#8217;uomo e sul senso dell&#8217;essere e dell&#8217;esistere; <strong>dovrà inoltre acquisire una conoscenza il più </strong><strong>possibile organica dei punti nodali dello sviluppo storico del pensiero occidentale, cogliendo di ogni autore o tema trattato sia il legame col contesto storico-culturale, sia la portata potenzialmente universalistica che ogni filosofia possiede</strong>.</p>
<p><strong>A tale scopo sarà necessario inserire ogni autore in un quadro sistematico, leggendone direttamente i testi, anche se solo in parte</strong>, in modo da comprenderne volta a volta i problemi e valutarne criticamente le soluzioni.</p>
<p><strong>La conoscenza degli autori e dei problemi filosofici fondamentali dovrà aiutare lo studente a </strong><strong>sviluppare la riflessione personale, l&#8217;attitudine all&#8217;approfondimento e la capacita di giudizio critico</strong>; particolare cura dovrà essere dedicata alla discussione razionale, alla capacita di argomentare una tesi, riconoscendo la diversità dei metodi con cui la ragione giunge a conoscere il reale, e all&#8217;importanza del dialogo interpersonale.</p>
<p>Lo studio dei diversi autori e la lettura diretta dei Toro testi dovranno essere focalizzati sui seguenti problemi fondamentali: <strong>l&#8217;ontologia, l&#8217;etica e la questione della felicità, il rapporto tra la filosofia </strong><strong>greca e le tradizioni posteriori, in primo luogo religiose, la scienza moderna e la filosofia, problema della conoscenza, il senso della bellezza, la libertà e il potere nel pensiero politico, nodo quest&#8217;ultimo che si collega alto sviluppo delle competenze relative a Cittadinanza e Costituzione</strong>. Lo studente dovrà essere in grado di contestualizzare le questioni filosofiche e i diversi campi conoscitivi, di comprendere le radici concettuali e filosofiche delle principali correnti e dei principali problemi della cultura contemporanea, di individuare i nessi tra la filosofia e le altre discipline.»</p></blockquote>
<p>C’è bisogno di aggiungere altro? Lunga vita alla Signora!</p>
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		<title>Libertà di lavorare?</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 21:53:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Polemiche]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli studenti italiani “potranno” lasciare la scuola dell’obbligo a quindici anni per seguire un corso di formazione professionale, magari come camerieri o telefonisti di call-center. Questa la nuova idea di scuola emersa dalla fucina del centrodestra. Naturalmente l’accento va posto sul verbo “potranno”. Non si intende affatto ledere l’obbligo/diritto allo studio fino ai sedici anni; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli studenti italiani “potranno” lasciare la scuola dell’obbligo a quindici anni per seguire un corso di formazione professionale, magari come camerieri o telefonisti di call-center. Questa la nuova idea di scuola emersa dalla fucina del centrodestra. Naturalmente l’accento va posto sul verbo “potranno”. Non si intende affatto ledere l’obbligo/diritto allo studio fino ai sedici anni; casomai è una possibilità in più offerta, in quest’aria di crisi, ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro.<br />
Mentre ascolto sbalordito questa ennesima “buona notizia” che si abbatte sul mondo della scuola italiana, penso ai racconti dei miei allievi di ritorno da esperienze di studio all’estero. E in particolare dai paesi di cultura anglo-sassone, come l’Australia. Naturalmente i miei studenti appartengono all’elite privilegiata dei liceali, che di lasciare la scuola a quindici anno non se lo possono permettere. Ma, detto questo per chiarezza, torniamo ai loro incredibili racconti.<br />
Sei mesi di studio negli USA o in Australia sono una bella esperienza. Un pochino costosa, ma decisamente emozionante. Peccato che al loro rientro, questi ragazzi, oltre ad un inglese perfetto, non portino con sé altro bagaglio che un grande desiderio di rimettersi a studiare. E pensare che nei prestigiosi college anglofoni vige da tempo la pratica ipotizzata dal ministro Sacconi: i programmi di studio “liceali” di quelle lande infatti prevedono, oltre a una veloce infarinatura di matematica, letteratura, biologia e pallacanestro, una pletora di “discipline” opzionali che vanno dal cucito alla culinaria – nel senso di imparare a cuocere un Hot Dog -, dall’informatica – alfabetizzazione ai programmi Microsoft – alla meccanica – nel senso di apprendista di un qualche meccanico dei paraggi. Naturalmente il tutto va contestualizzato alle diverse abitudini socio-economiche dei paesi in questione. Si sa che da sempre, in America, i bambini fanno qualche lavoretto per raggranellare gli spiccioli per il cinema o il gelato: portare i giornali, fare i dog-sitter, verniciare le palizzate dei vicini … ma si sa anche che, da sempre, quando uno studente italiano capita in un’università yankee, fa la figura di un marziano capitato per sbaglio in un asilo infantile. Certo non è palestrato come i poderosi figli della generosa America, ma almeno sa com’è fatto un libro e, soprattutto, come si usa.<br />
Scherziaparte, la nostra sana abitudine di sputare nel piatto che ci nutre non conosce limiti, e il desiderio di imitare i difetti altrui ci porterà sempre più lontano. L’idea che incoraggiare la cultura e la crescita intellettuale sia una baggianata ha ormai messo radici profonde anche da noi, e il pensiero che allontanare i giovani dalla scuola sia per essi una “grande opportunità” pare non essere neppure il fondo del barile che i nostri ministri stanno raschiando da anni. D’altronde, per questa classe dirigente, un popolo analfabeta è l’unico investimento che conti, ai fini di una sua indefinita permanenza al potere.  </p>
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		<title>Effetto Boomerang</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 13:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Polemiche]]></category>
		<category><![CDATA[digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevamo cantato vittoria. Dopo tre anni di lavoro e con un progetto didattico innovativo pronto all’uso, la fortuna (dicevamo) ci aveva aperto la strada della visibilità e del confronto pubblico grazie a una legge statale tanto inattesa quanto “misteriosa”. La circolare Gelmini sui libri di testo poteva essere l’occasione per concretizzare alcune idee già da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevamo cantato vittoria. Dopo tre anni di lavoro e con un progetto didattico innovativo pronto all’uso, la fortuna (dicevamo) ci aveva aperto la strada della visibilità e del confronto pubblico grazie a una legge statale tanto inattesa quanto “misteriosa”. La circolare Gelmini sui libri di testo poteva essere l’occasione per concretizzare alcune idee già da tempo formicolanti ma, fino ad ora, senza santi in Paradiso. Ma anche i santi possono giocare brutti scherzi. Il fatto è che avevamo fatto i conti senza l’oste, anzi: senza l’osteria della sinistra. Una sinistra senza identità e senza idee, se non quelle mutuate dalla necessità e insaccate nel sale della sconfitta.<br />
	Sembra che l’idea del testo digitale non incontri il favore della scuola. Ma qual è l’idea che la scuola (presidi e docenti) ha del testo digitale? Sicuramente, fino a pochissimi mesi or sono, nessuna; adesso, quella divulgata sull’onda dell’avversione politica. Sindacati di base ed esperti di settore di sinistra hanno buon gioco nel demonizzare il bambino insipientemente immerso nell’acqua sporca di una riforma assurda e decostruzionista, concepita per picconare le ultime difese del diritto allo studio. Stupisce che sempre, immancabilmente, manchi il coraggio di affrontare le questioni nel merito senza trasformarle in demagogia e instrumentum diaboli.<br />
	In sostanza: quest’obbligo dell’adozione calato dall’alto senza la minima preparazione strutturale, finanziaria e culturale, è indubitabilmente scandaloso. Il principio stesso che una scelta di così ampio respiro e dalle così vaste conseguenze sia stata decisa senza una consultazione degli esperti e degli addetti ai lavori (editori, autori, docenti) e senza una larga progettualità nazionale, è umiliante. Si può senza tremore affermare che sia quanto di peggio si sia mai visto nella storia della scuola italiana. Ma la “cosa” non finisce qui, come invece vogliono far credere gli opinionisti benpensanti. Aggredire i tentativi di rinnovamento e di sperimentazione con il martello dell’ideologia è cosa che degrada e svilisce anche le migliori intenzioni.  Invece di fare di ogni erba un fascio, quasi fosse una “colpa” l’aver concepito un modo diverso di apprendere, o addirittura come se improvvisamente alcuni piccoli editori progressisti avessero stretto un patto diabolico col Tychoon nazionalpopolare per cavalcare la tigre del conflitto d’interessi, sarebbe più intelligente riflettere su cosa sta davvero succedendo tra i “nativi digitali”, al di là di ogni possibile e non sempre furba dietrologia.<br />
	Qui non si vuole affermare che, ogni tanto, anche la destra ha delle buone idee. Si chiede semplicemente di distinguere quello che avviene nella sfera della comunicazione dall’uso che la politica ne fa. Si può capire che, particolarmente in Italia, questo sia un esercizio difficile e, diciamolo, rischioso; ma rifiutarsi di farlo per principio nuoce all’intelligenza e non produce di certo una migliore coscienza delle cose. Che la scuola italiana sia in ritardo è cosa che, a furia di essere ripetuta, ha finito per trasformarsi in realtà; ma tutto considerato, dal livello dei dibattiti in corso, si può cominciare a pensare che tutta la cultura italiana sia ormai in preda a un irreversibile alzeihmer intellettuale. </p>
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		<title>Ancora una volta: cui prodest?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2009 10:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Polemiche]]></category>

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		<description><![CDATA[Un post di Giuseppe Caliceti su FaceBook: «La tv è oggi la prima “agenzia educativa” italiana: basta parlare con bambini e ragazze per rendersene conto. E il monopolio e il conflitto di interessi del capo del Governo Silvio Berlusconi tra politica e informazione sono ben noti. Ma Gelmini porta in tutte le scuole italiane un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un post di Giuseppe Caliceti su FaceBook:<br />
«La tv è oggi la prima “agenzia educativa” italiana: basta parlare con bambini e ragazze per rendersene conto. E il monopolio e il conflitto di interessi del capo del Governo Silvio Berlusconi tra politica e informazione sono ben noti. Ma Gelmini porta in tutte le scuole italiane un nuovo conflitto di interessi: quello che riguarda l’editoria scolastica. I docenti di quinta che quest’anno sceglieranno i libri per le future classi di prima elementare, non sceglieranno solo per loro, ma anche per i docenti dei prossimi quattro anni. Stessa cosa alle medie: per sei anni. Se una legge vietasse agli Italiani di cambiare automobile nei prossimi cinque anni ci sarebbe la rivoluzione, la Fiat chiuderebbe. Ma a scuola sembra di no, anche se qualcosa di simile sta accadendo all’editoria scolastica. E tutto questo alla faccia dell’autonomia e della libertà di insegnamento.<br />
L’idea del governo, che nascerebbe dalla volontà di contenere i costi per le famiglie, abbasserà di fatto il livello di pluralismo delle idee, elemento fondamentale a scuola. Ricordiamo infatti che Fininvest è azionista di Mondatori al 50,1% e i suo consiglio di amministrazione è presieduto da Marina Berlusconi. Attualmente il mercato scolastico è di 31.000 titoli (prezzo medio 15 euro), con un fatturato annuo di 650 milioni di euro. In sintesi: con questa sua clausola Gelmini rischia di portare al fallimento gli editori scolastici puri e presumibilmente resisteranno solo quelli che coprono altri settori del mercato, quattro su circa trecento, tra cui Mondadori Scuola, che ha già acquisito il controllo di quindici società del settore. Non è solo un rischio economico, ma anche politico e culturale: dopo le tv, il controllo, da parte del presidente di Berlusconi, della formazione delle giovani generazioni, sarà completo. Ricordiamo infatti che i libri di testo degli studenti sono ancora, anche nell’epoca di Internet, gli unici libri che entrano in molte famiglie italiane.<br />
Nel 2000, l’allora presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, parlò di faziosità “sinistra” di certi manuali di storia ventilando l’istituzione di apposite commissioni di esperti: una sorta di censura di stato per arrivare, probabilmente, a una sorta di “libro unico” per le scuole elementari come al tempo di Mussolini. Il Governo in carica non deve fare neppure la fatica di proporre un’idea così pericolosa: la può attuare. E attaccare frontalmente l’editoria scolastica, la lettura, il libro, la cultura, la scuola, il pluralismo, l’autonomia delle scuole, la libertà di insegnamento dei docenti.<br />
Che fare? Il taglio al personale della scuola pubblica previsto nei prossimi tre anni dalla Gelmini è il più grande licenziamento di massa della storia della Repubblica italiana. Dato che per questo Governo i docenti sono solo un problema economico, ricambiamo con la stessa moneta. Ai docenti, almeno alle elementari, è oggi ancora permesso rifiutare l’adozione del libro di testo per poi utilizzare il buono-spesa (che per legge spetta ancora a ogni alunno della scuola pubblica italiana) per far comperare un libro alternativo o uno schedario. E il libro di testo? I docenti possono costruirselo con le proprie mani facendo fotocopie, non è vietato: è quello che avviene da anni nelle scuole più avanzate.»</p>
<p>Internet deve rimanere uno strumento di controllo dei controllori. Può darsi che l&#8217;editoria digitale abbia la possibilità di trasformare anche questa ipotesi di irregimentazione autocratica in un boomerang libertario. I piccoli editori sono piccoli, ma non stupidi&#8230; </p>
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