Apr
29

Diceva Nietzsche che l’eccesso di senso storico sottrae l’uomo al presente e lo annulla nel divenire. Evidentemente “santa Maria” Gelmini ha preso alla lettera l’insigne filosofo. È così che l’orario cattedra per l’insegnamento della storia nei licei (scientifici) è passato dalle tre alle due ore settimanali per tutte le tre classi, e lo stesso dicasi per la filosofia. Non vorrei apparire biecamente schiacciato su posizioni corporative, essendo direttamente coinvolto nella questione. La devastazione è ben più ampia, e riguarda praticamente tutte le cattedre delle scuole superiori. La riduzione dell’orario settimanale dalle trenta ore attuali a ventisette non è altro, infatti, che un modo per tagliare posti di lavoro. Così l’accorpamento degli indirizzi si trasforma in un’ulteriore potatura di interi “rami del sapere”, come quello musicale, che, essendo confluito nei cosiddetti Licei coreutici, priva tutti gli altri indirizzi di qualsiasi accenno a questo fondamentale veicolo culturale dell’umanità. Tra parentesi: in Piemonte ci sarà un unico Liceo coreutico, e precisamente a Novara (la città del nuovo governatore). Risultato: a Torino l’insegnamento musicale sparisce di brutto.
Chi non ha pratica d’insegnamento farà ovviamente fatica a comprendere fino in fondo il significato di questa operazione. Semplice: nei tre anni terminali delle superiori il programma ministeriale prevede lo studio della storia universale dal Medioevo ai giorni nostri, unita a uno specifico corso di educazione civica. Una faccenda da niente già così,  figuriamoci con la perdita secca di trentatre ore all’anno. Mentre per la filosofia ora si chiede agli insegnanti di comprimere la storia del pensiero dai “presocratici” a Hegel in due anni, dedicando il terzo esclusivamente al Novecento. Praticamente un Bignami.
A fronte di questa amenità, gli stessi programmi chiedono, tra gli obbiettivi didattici, quanto segue:

«Al termine del percorso liceale lo studente dovrà essere consapevole del significato della riflessione filosofica come modalità specifica e fondamentale della ragione umana che, in epoche diverse e in diverse tradizioni culturali, ripropone costantemente la domanda sulla conoscenza, sull’esistenza dell’uomo e sul senso dell’essere e dell’esistere; dovrà inoltre acquisire una conoscenza il più possibile organica dei punti nodali dello sviluppo storico del pensiero occidentale, cogliendo di ogni autore o tema trattato sia il legame col contesto storico-culturale, sia la portata potenzialmente universalistica che ogni filosofia possiede.

A tale scopo sarà necessario inserire ogni autore in un quadro sistematico, leggendone direttamente i testi, anche se solo in parte, in modo da comprenderne volta a volta i problemi e valutarne criticamente le soluzioni.

La conoscenza degli autori e dei problemi filosofici fondamentali dovrà aiutare lo studente a sviluppare la riflessione personale, l’attitudine all’approfondimento e la capacita di giudizio critico; particolare cura dovrà essere dedicata alla discussione razionale, alla capacita di argomentare una tesi, riconoscendo la diversità dei metodi con cui la ragione giunge a conoscere il reale, e all’importanza del dialogo interpersonale.

Lo studio dei diversi autori e la lettura diretta dei Toro testi dovranno essere focalizzati sui seguenti problemi fondamentali: l’ontologia, l’etica e la questione della felicità, il rapporto tra la filosofia greca e le tradizioni posteriori, in primo luogo religiose, la scienza moderna e la filosofia, problema della conoscenza, il senso della bellezza, la libertà e il potere nel pensiero politico, nodo quest’ultimo che si collega alto sviluppo delle competenze relative a Cittadinanza e Costituzione. Lo studente dovrà essere in grado di contestualizzare le questioni filosofiche e i diversi campi conoscitivi, di comprendere le radici concettuali e filosofiche delle principali correnti e dei principali problemi della cultura contemporanea, di individuare i nessi tra la filosofia e le altre discipline.»

C’è bisogno di aggiungere altro? Lunga vita alla Signora!

Apr
18

Insegnare stanca o stanchi di insegnare?

postato da Maurizio Chatel in Didattica

La Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo ha organizzato un Focus Group sull’educazione alla cittadinanza, invitando docenti di tutte le discipline a confrontarsi e proporre metodologie e percorsi tratti dalla propria esperienza e volti a rinnovare l’insegnamento dell’Educazione civile (ex Educazione civica).
Nove lunghe ore di dibattito e riflessione non sono bastate a produrre molto più che una presa di coscienza dei problemi che un “insegnamento del senso critico” oggi comporta. Dalla matematica al diritto, dalla chimica alla letteratura, e naturalmente dalla storia e alla filosofia, i campi del sapere sono attualmente di fronte a una sorta di “punto di catastrofe”, il cui superamento è determinante per il futuro della scuola: il rinnovamento dei canali di apprendimento.
Molto si è parlato delle differenze tra la scuola che ha formato gli insegnanti di oggi (che fu la scuola di transizione post-sessantottina), e la scuola “della Gelmini”, per essere sintetici. Qual è la differenza? Una tra le decine (checché si dica che la scuola è sempre la stessa da secoli): la relazione tra gli strumenti dell’apprendere e quelli dell’”evadere”. Chi oggi ha più di quarant’anni, si è formato in modo sostanzialmente omogeneo sia nel momento in cui studiava che nel momento in cui “evadeva”, poiché gli strumenti della comunicazione creativa e di evasione erano gli stessi che venivano utilizzati per la formazione. Sto parlando ovviamente dei libri (dal manuale scolastico al romanzo o alla rivista o al fumetto) e dei media (il disco di vinile o il nastro magnetico ascoltati a scuola e quelli posseduti a casa).
Non più così oggi. Gli strumenti dell’apprendimento utilizzati nelle scuole sono in larga misura rimasti gli stessi (il laboratorio di informatica non incide ancora in modo sostanziale nella programmazione didattica), mentre quelli di evasione sono del tutto diversi.
Conseguenze? Per noi quel modo di studiare aveva un senso, perché coincideva in gran parte con la nostra percezione spontanea del comunicare e del sapere; per i nostri studenti lo sta perdendo (o lo ha già perso?).
Soluzioni? Devolvere milioni di euro alla decostruzione/ricostruzione dello spazio di apprendimento e dei canali di insegnamento, con un parallelo rinnovamento di tutto il corpo insegnante. È ora che noi sessantottini ci togliamo dai piedi.

Feb
18

Il parricidio rituale

postato da Maurizio Chatel in Didattica, Testi digitali

gutenberg

«Per le prime tra classi della scuola primaria, le istituzioni scolastiche valuteranno l’opportunità e la praticabilità della progressiva introduzione dei libri di testo in versione on line o mista. A tale proposito, è opportuno considerare che – come sottolineano autorevoli studi – il rapporto con la realtà e l’approccio alla conoscenza dei cosiddetti “nativi digitali”, ovvero i nostri piccoli e grandi studenti, sono ormai significativamente diversi da quelli dei “figli di Gutenberg”. È questo un dato di novità assoluta difficilmente ignorabile e con il quale la scuola e i processi di insegnamento/apprendimento che in essa si attuano dovranno progressivamente misurarsi»

[Dalla circolare n. 16 del 10 febbraio del Ministero dell’istruzione sull’adozione dei libri di testo per l’anno scolastico 2009/2010]

I nipotini di Gutenberg hanno fatto quello che i suoi figli non osarono: l’orda dei “nativi digitali” ha messo in scena il sacrificio rituale che segna, nell’inconscio collettivo, il passaggio dall’infanzia alla maturità. Col nonnicidio di Gutenberg sorge dunque l’epoca dei manuali scolastici digitali. Si tratta ora di vedere come prenderà la cosa il matriarcato imperante nella nostra scuola di ogni ordine e (de)grado.
Scherziaparte, i tempi sono maturi per una simile avventura culturale? O non si ripete, sempre più ingigantito, il copione ormai radicato della “forbice generazionale”, per cui quello che agli occhi dell’educatore pare essere un evento di sconvolgente novità, per i ragazzini è già roba da museo? Forse c’è un po’ di verità in tutti e due i corni del problema.
Ma le sorprese non sono finite. La stupefacente metafora psico-antropologica dei nostri dirigenti ministeriali è solo la punta dell’iceberg che ha preso a vagabondare minaccioso per la morta gora scolastica. Cari colleghi insegnanti: avete mai sentito parlare di testi digitali? E se sì, ne avete mai visto uno adatto alla didattica? Cari editori: voi forse speravate che l’articolo 15 della legge finanziaria 2008 fosse uno scherzo… e invece no! E adesso?! Cari studenti: voi pensavate che Internet fosse l’albero della cuccagna da cui scaricare a man bassa ogni genere di trastullo; adesso ci troverete pure i libri di scuola, e per di più a pagamento! Insomma, ce n’è per tutti in quanto a sorpresa e sgomento. Chi insegnerà ai docenti qual è la specificità di un testo digitale, oltre al suo essere una cosa chiamata file PDF che bisognerà fare la fatica di andarsi a scaricare e fotocopiare? Che cosa metteranno in scena le “quattro sorelle” dell’editoria scolastica nazionale per rispondere al dettato ministeriale, oltre che aprire un sito da cui scaricare la semplice versione digitale di quello che hanno già in magazzino? A pensarci bene, gli unici a guadagnarci qualcosa saranno proprio gli studenti, che potranno giustificare le ore passate a chattare on line con la scusa che stanno… studiando.
Non è il caso di fare del sarcasmo. Se la rivoluzione informatica non ha inciso particolarmente a fondo nel percorso formativo della scuola italiana, sarebbe forse opportuno non sprecare un’ulteriore occasione: in ultima analisi, si tratta di una “riforma” relativamente poco costosa, che può tranquillamente avvalersi degli strumenti attualmente esistenti in ogni istituto (con qualche leggero potenziamento), e che potrebbe rivelarsi davvero un passo avanti nella razionalizzazione delle risorse economiche, soprattutto per le famiglie. Se questo verrà compreso senza mistificazioni e strumentalizzazioni, allora tutta l’energia creativa che oggi langue dietro le cattedre potrebbe trovare un nuovo vero canale di espressione, trasformando in opportunità un’”alzata d’ingegno” tanto inattesa quanto provvidenziale. Perché, per dirla tutta, la vera novità non è il canale, ma il messaggio, o meglio: il codice. Libro digitale vuol dire scrivere in modo diverso, comunicare in modo diverso, studiare in modo diverso. Quando questo diverrà chiaro, qualcuno perderà davvero il sonno, ma molti ritroveranno il piacere di risvegliarsi.

Feb
17

Didattica on-line.

postato da Maurizio Chatel in Didattica

eschermoebius

Pensare all’informatizzazione della scuola come a un mero problema finanziario e di Hardware (un PC per ogni classe) equivale a perseverare in una miopia progettuale senza sbocchi. Il problema vero, ovviamente, è l’integrazione dell’apprendimento in una realtà socio-culturale che ha ormai preso una forma precisa e perfettamente riconoscibile (ma non stabile).
Il “sistema” culturale è fatto di livelli tra loro costantemente interagenti: il livello dei significati, cioè degli scopi condivisi che una comunità si pone in vista dell’organizzazione del reale; il livello concettuale, cioè della forma che il pensiero assume per organizzare la progettualità; e infine il livello della comunicazione, con i suoi ben noti sotto-livelli, primo fra i quali quello del canale. Nessuno di questi livelli è causa diretta delle trasformazioni del sistema, ma ciascuno di essi contribuisce, con le sue trasformazioni, a modificare gli altri, in un tipico “anello di retroazione” inestricabile e, dal suo interno, indecifrabile. Per essere chiari: la rete Internet non è riducibile al solo fattore fisico informatico, ma è anche il risultato di un progetto e, a sua volta, causa di potenti trasformazioni nella visione del mondo: essa è nata per la “decostruzione” dei testi e si è sviluppata lungo linee non previste, divenendo un archivio planetario dove il piano immaginario e logico-deduttivo si intersecano senza soluzione di continuità, favorendo nuovi processi associativi e nuovi utilizzi del codice linguistico. Ma chi volesse trovare il “bandolo” di una simile matassa perderebbe il suo tempo: il WEB assomiglia più a un nastro di Moebius che a un processo lineare, poiché ciò che è esterno (alla sua logica) diviene successivamente interno (ad essa), e ciò che ne determina la struttura ne costituisce contemporaneamente l’immagine visibile. Il WEB costituisce dunque quello che potremmo definire un nuovo paradigma, segnando il nostro tempo come quello di una potente rivoluzione culturale.

Si sa che i “nuovi paradigmi” culturali non sono mai immediatamente percepibili, né tantomeno fruibili con facilità. Essi richiedono un adattamento, e devono dimostrare a tutti i livelli la loro forza d’urto e la loro necessità, scalfendo il piano complessivo delle credenze condivise da una società. Non è quindi di per sé “giusto” seppellire la scuola e i suoi operatori di critiche e sarcasmo, perché la consapevolezza dei mutamenti è più facile a livello individuale che collettivo. Un insegnante può anche essere perfettamente “alfabetizzato” nell’uso del computer e della rete, ma tuttavia continuerà a trovare molto difficile rendere operative le proprie competenze su scala sociale, per mancanza di strutture adeguate, di un sistema di segni non ancora “universale”, e soprattutto di una chiara rappresentazione concettuale del senso di ciò che sta avvenendo. È indispensabile quindi procedere, in questa fase, con una logica empirica, fondata su un modello di tipo baconiano: raccogliendo cioè in modo ordinato le osservazioni che sorgono dagli interventi fatti sulla realtà, per individuare, nelle risposte che essa fornisce, le costanti.

Chi decide di lavorare utilizzando la rete non deve quindi dare nulla per scontato, ma assumere un atteggiamento osservativo e flessibile, senza piani di sviluppo rigidamente precostituiti, ma aperti alle sollecitazioni che il nuovo paradigma costantemente offre, come una terra inesplorata che ancora non si sa se sia un’isola o un continente. Tanto più se il suo indirizzo è di tipo educativo.
Progettare una nuova comunicazione didattica – in particolare una nuova manualistica – richiede livelli diversificati di intervento. Detto con molta semplicità: scrivere non basta più. Occorre (ma questa certo non è una novità) prima di tutto osservare, e poi dialogare.
L’osservazione va diretta verso una molteplicità di obbiettivi: intanto lo “stato dell’arte” in relazione a ciò di cui ci si sta occupando, ma soprattutto il valore d’uso dei nuovi codici e la loro efficacia specifica in relazione ai contenuti che si devono veicolare. Lo sviluppo della rete e l’informatizzazione ormai generalizzata della comunicazione generano praticamente ogni giorno nuovi programmi in grado di veicolare le informazioni con codici che non hanno quasi più niente di tradizionale. Le mappe concettuali sono giunte a un livello avanzato di utilizzo; la messaggistica – Forum e Mailing List – presenta soluzioni assai valide per la condivisione della ricerca e la memorizzazione dei dati. L’uso del Template come formato di video scrittura condivisibile ha radicato la socializzazione del lavoro a livelli di partecipazione davvero impensabili fino a cinque o sei anni or sono.
Su queste basi di consapevolezza, un progetto didattico deve aprirsi a ventaglio con una varietà di soluzioni ben integrate fra loro. Il manuale diventa un momento, (forse) quello centrale, ma comunque strutturato con criteri di componibilità che lo rendano un oggetto profondamente “diverso” rispetto al normale (e indispensabile) libro di lettura. Accanto ad esso, si può aprire una fase di dialogo, attraverso una varietà di strumenti digitali, tra Autore e Lettore, e questo non semplicemente per il fatto che “la cosa è possibile”, come se si trattasse di “essere innovativi” senza minimamente sapere dove l’innovazione vada a parare. Occorre rendersi conto che l’evoluzione della rete sta facendo emergere, tra le altre cose, due fenomeni fondamentali: l’interattività progettuale e interpretativa, e una nuova forma di scrittura orale.
Quasi per assurdo, il computer connesso alla rete può davvero ridurre drasticamente il peso della lezione frontale a tutto vantaggio di una concreta partecipazione collettiva del gruppo classe (docente compreso) al processo formativo. Ma con altrettanta forza va compreso che lo “scrivere per il WEB” non ha più lo scopo precipuo di conservare e fissare il sapere (in aperta contraddizione con lo spaventoso accrescimento della memorizzazione dei dati a cui stiamo assistendo). La comunicazione interattiva è una forma intermedia tra lo scambio di documenti e il colloquio orale; del documento conserva la formalità sintattica – ma questo è tuttavia assai discutibile, per le imponenti trasformazioni linguistiche che la rete sta imponendo ai processi verbali -, mentre dell’oralità presenta il carattere della transitorietà. È vero che una pagina WEB si può conservare indefinitamente, ma indefinitamente quanto? E poi, qual è propriamente il luogo di una pagina WEB? E ancora: una pagina WEB ha tutte le caratteristiche di un work in progress che, nel suo sviluppo, si “esaurisce” progressivamente, come una specie di nuovo palinsesto sul quale ogni aggiunta si sovrappone alla scrittura precedente rendendola opaca. In sostanza, chi scrive appositamente per il WEB non scrive più “a futura memoria”, ma per una immediatezza della comunicazione che ha alcune proprietà tipiche dell’oralità, anche se di un’oralità abnorme, perché il suo messaggio è “visibile” (e non udibile) praticamente in tutto il mondo.
E quindi, una “pubblicazione” didattica aderente al paradigma interattivo e “neo-orale” non può mancare di alcuni requisiti costitutivi: 1) la revisione costante (o la re-visione!) dei dati e l’aggiornamento del piano dei contenuti in linea con le informazioni circolanti nella “rete del sapere”. 2) la decostruzione del codice comunicativo secondo i diversi livelli di competenza di un’utenza che non è più specificamente predeterminata. 3) la moltiplicazione dei codici comunicativi secondo il tipo di messaggio da veicolare.

1) non si vuole sostenere, con questo punto, che la scuola debba “inseguire” tutte le novità del campo del sapere, perché è pur vero che il fondamento di ogni apprendimento è dato da alcune competenze di base che vanno costruite sulla base di una tradizione consolidata. Al di là quindi di ogni apologia dell’improvvisazione, ciò che intendiamo sostenere è la necessità che il manuale scolastico offra all’insegnante il panorama sempre aggiornato inerente alla sua disciplina, in un confronto aperto tra ciò che egli ha appreso e ciò che ne consegue sul piano della ricerca scientifica. Solo così egli può offrire del proprio sapere una immagine viva e non fossilizzata attorno a formule non più coerenti con l’enciclopedia circostante che costituisce la totalità del mondo. Ricordiamo le parole di Nietzsche: « Qui si fa chiaro come l’uomo abbia molto spesso necessariamente bisogno, accanto al modo monumentale e antiquario di considerare il passato, di un terzo modo, quello critico: e anche questo per servire la vita. Egli deve avere, e di tempo in tempo impiegare, la forza di infrangere e di dissolvere il passato per poter vivere: egli ottiene ciò traendo quel passato davanti a un tribunale, interrogandolo minuziosamente, e alla fine condannandolo; ogni passato merita invero di essere condannato (…). Non è la giustizia che siede qui a giudizio; ancor meno è la clemenza che siede qui a giudizio: ma soltanto la vita, quella forza oscura e impellente, insaziabilmente avida di se stessa» [Sull’utilità e il danno della storia per la vita].
2) la simultaneità spaziale (o “senza-spazio”, a-topica) della comunicazione on-line rende ogni messaggio fruibile “universalmente”, senza cioè più la possibilità di limitarlo a un target specifico di lettori. L’unico sistema per ritagliare un testo secondo le esigenze di un determinato pubblico, è quello di forzarne il piano linguistico su livelli di iperspecialismo o di idioletto “regionale”. Mutatis mutandis, vale dunque l’osservazione che, volendo, si può decostruire un determinato testo a più livelli lessicali, fornendone contemporaneamente diverse versioni, con i legami sinottici tipici dell’ipertestualità, dalla più divulgativa alla più specialistica; ovvero, per rimanere in ambito didattico, da quella elementare a quella liceale. In questo modo si otterrebbero due risultati: creare un’autentica verticalità progettuale, che elimini le ripetizioni a tutto vantaggio della profondità dell’approccio analitico ai problemi; mostrare al discente il cammino percorso, potendo così egli comprendere come ha maturato un diverso modo di comprendere i problemi e i fatti. Comprendere come si comprende ha molto più valore che comprendere qualcosa.
3) infine, l’utilità della tecnologia applicata ai fini, in una verisone “virtuosa” del detto che “il fine giustifica i mezzi”. La diffusione di Internet come mezzo di intrattenimento può diventare un’occasione per riallacciare un rapporto operativo stringente con le giovani generazioni. La loro conoscenza dei sistemi di comunicazione on-line (appunto: dalla Chat-line ai Giochi di ruolo), va vista come una proposta concreta di comunicazione: trasformare il gioco di ruolo in un “gioco” di apprendimento, o il cicaleccio della messaggistica in una continuazione della discussione iniziata in classe, non è un mero “specchietto per le allodole”, ma è un tentativo di trasformare il silenzio che oggi pesa tra la cattedra e i banchi in una nuova possibilità di scambio tra intelligenze.

Questi tentativi di adeguamento al nuovo paradigma costituiscono la nostra piattaforma di lavoro, sulla quale rimane poco altro da dire, in attesa che essi stessi lascino, sulla tabula rasa delle nostre attese, dei segni decifrabili che ci parlino della nuova realtà in cui viviamo.

  Maurizio Chatel

Maurizio Chatel è il responsabile dell’area umanistica della BBN, curatore di collana e autore di testi di storia e filosofia. Insegna al liceo, ma non è per questo che è stanco, anzi... la depressione lo afferra quando cominciano a volteggiare per i corridoi della scuola i rappresentanti delle “grandi” case editrici. Per questo motivo ha raccolto la sfida di Noa Carpignano, facendosi carico di una missione impossibile. Nei momenti liberi rilascia interviste e va in cerca di grane.
Malgrado tutti questi difetti, ai suoi allievi piace così com’è.