Oct
01

Ho già avuto modo di scrivere come la penso sulla circolare Gelmini per l’adozione obbligatoria dei testi digitali dall’anno scolastico 2012. Vorrei ora fare un passo avanti e riflettere sulle reali difficoltà dell’applicazione di quell’insensato ukase. Parlavo allora di una totale carenza di preparazione strutturale, finanziaria e culturale, da parte del ministero, capace di rendere operativa una riforma che non sarebbe esagerato definire epocale. La digitalizzazione dei testi non è infatti un fenomeno riducibile alla semplice trasformazione del testo cartaceo in PDF, ma questo sembra essere il tipo di aspettativa che l’ufficio della Gelmini sottintende nella sua decisione. È fin troppo noto a tutti coloro che hanno una minima confidenza con la navigazione in Internet come l’utilizzo di un file PDF aumenti e non semplifichi le difficoltà della lettura. Non parliamo poi se questo file dev’essere usato da una collettività di studenti. È dunque in un’altra direzione che l’editoria scolastica deve marciare per risolvere la questione della manualistica digitale. Ma quale? E qui entrano in gioco le altre gravi carenze di cui sopra: l’assenza di sostegni finanziari alle scuole per migliorare il loro apparato informatico e renderlo accessibile al maggior numero di utenti, e la mancanza di ogni qualsivoglia tipo di formazione dei docenti nell’ambito dei nuovi mezzi di comunicazione “sociale” (o social netwotks). Le innovazione che alcuni editori, come la BBN, stanno perseguendo richiedono infatti nuove competenze soprattutto da parte degli insegnanti, che sono, nella catena di produzione dei libri di testo (autore-editore-docenti-utenti), l’anello più debole. Altrove infatti notavo ancora come la resistenza dei professori verso il mondo della rete sia l’ultimo grave ostacolo da superare per una trasformazione del testo digitale in realtà efficace. I blog, i forum, le piattaforme multifunzionali appaiono alla maggior parte degli insegnanti italiani (è bene sottolinearlo) come una sorta di terreno minato, la riserva indiana degli adolescenti, un luogo di evasione e cazzeggio di massa. Mentre le università del resto del mondo occidentale stanno “liquefando” (quasi) tutto il loro repertorio didattico nei punti di accesso on-line più diversi, la scuola nostrana ritiene ancora che apparire in rete con nome e cognome e con un proprio scritto sia estremamente “delicato” (quasi pedofilia?).
In sostanza: a prescindere dalle urgenti e fondamentali questioni di principio sulla libertà d’insegnamento e le speculazioni economiche editoriali che conosciamo bene, il primo compito che il mondo della rete e i suoi operatori devono risolvere è l’alfabetizzazione degli insegnanti verso i nuovi sistemi di utilizzo della medesima. L’anello debole va saldato alla realtà, che oggi è fatta di una varietà di accessi alla lettura e allo studio, tra cui il PDF è solo una e non la più efficace.

Jan
22

Libertà di lavorare?

postato da Maurizio Chatel in Polemiche

Gli studenti italiani “potranno” lasciare la scuola dell’obbligo a quindici anni per seguire un corso di formazione professionale, magari come camerieri o telefonisti di call-center. Questa la nuova idea di scuola emersa dalla fucina del centrodestra. Naturalmente l’accento va posto sul verbo “potranno”. Non si intende affatto ledere l’obbligo/diritto allo studio fino ai sedici anni; casomai è una possibilità in più offerta, in quest’aria di crisi, ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro.
Mentre ascolto sbalordito questa ennesima “buona notizia” che si abbatte sul mondo della scuola italiana, penso ai racconti dei miei allievi di ritorno da esperienze di studio all’estero. E in particolare dai paesi di cultura anglo-sassone, come l’Australia. Naturalmente i miei studenti appartengono all’elite privilegiata dei liceali, che di lasciare la scuola a quindici anno non se lo possono permettere. Ma, detto questo per chiarezza, torniamo ai loro incredibili racconti.
Sei mesi di studio negli USA o in Australia sono una bella esperienza. Un pochino costosa, ma decisamente emozionante. Peccato che al loro rientro, questi ragazzi, oltre ad un inglese perfetto, non portino con sé altro bagaglio che un grande desiderio di rimettersi a studiare. E pensare che nei prestigiosi college anglofoni vige da tempo la pratica ipotizzata dal ministro Sacconi: i programmi di studio “liceali” di quelle lande infatti prevedono, oltre a una veloce infarinatura di matematica, letteratura, biologia e pallacanestro, una pletora di “discipline” opzionali che vanno dal cucito alla culinaria – nel senso di imparare a cuocere un Hot Dog -, dall’informatica – alfabetizzazione ai programmi Microsoft – alla meccanica – nel senso di apprendista di un qualche meccanico dei paraggi. Naturalmente il tutto va contestualizzato alle diverse abitudini socio-economiche dei paesi in questione. Si sa che da sempre, in America, i bambini fanno qualche lavoretto per raggranellare gli spiccioli per il cinema o il gelato: portare i giornali, fare i dog-sitter, verniciare le palizzate dei vicini … ma si sa anche che, da sempre, quando uno studente italiano capita in un’università yankee, fa la figura di un marziano capitato per sbaglio in un asilo infantile. Certo non è palestrato come i poderosi figli della generosa America, ma almeno sa com’è fatto un libro e, soprattutto, come si usa.
Scherziaparte, la nostra sana abitudine di sputare nel piatto che ci nutre non conosce limiti, e il desiderio di imitare i difetti altrui ci porterà sempre più lontano. L’idea che incoraggiare la cultura e la crescita intellettuale sia una baggianata ha ormai messo radici profonde anche da noi, e il pensiero che allontanare i giovani dalla scuola sia per essi una “grande opportunità” pare non essere neppure il fondo del barile che i nostri ministri stanno raschiando da anni. D’altronde, per questa classe dirigente, un popolo analfabeta è l’unico investimento che conti, ai fini di una sua indefinita permanenza al potere.

  Maurizio Chatel

Maurizio Chatel è il responsabile dell’area umanistica della BBN, curatore di collana e autore di testi di storia e filosofia. Insegna al liceo, ma non è per questo che è stanco, anzi... la depressione lo afferra quando cominciano a volteggiare per i corridoi della scuola i rappresentanti delle “grandi” case editrici. Per questo motivo ha raccolto la sfida di Noa Carpignano, facendosi carico di una missione impossibile. Nei momenti liberi rilascia interviste e va in cerca di grane.
Malgrado tutti questi difetti, ai suoi allievi piace così com’è.