Dec
21

Scrive Santiago Lòpez Petit:

Il cittadino come unità di mobilitazione.

Si può dire che se la lotta di classe, l’antagonismo operaio gestito dai sindacati di classe, costituiva il motore, e l’elemento coesivo della società industriale, adesso è la guerra gestita da parte dello spazio democratico che realizza quella funzione. Si tratta di una guerra mai dichiarata che non appare mai direttamente come tale. La guerra sociale che si fa contro di noi si presenta sotto forma di misure economiche, riforme politiche e anche interventi umanitari… sempre necessari e sempre per iol nostro bene.

La guerra è in definitiva il nome di questa mobilitazione globale delle nostre vite che lentamente ci distrugge. In verità non c’è distinzione tra economia e politica, per cui è sbagliato pensare di salvare la politica per poter controllare l’economia. La mobilitazione globale, come la realtà che essa produce, è un fenomeno totale che si non lascia ridurre. La spazio democratico, unito al potere terapeutico, incanala la mobilitazione generale, non può situarsi pertanto sul piano della politica. Per questo la figura del cittadino che continua a essere l’interlocutore del discorso politico democratico, rimane ridimensionata. Il cittadino, spinto dalla crisi, firma il contratto personale che lo inserisce nella mobilitazione globale, però questo inserimento lo trasforma profondamente. Il buon cittadino non è solo colui che si comporta in maniera civica e che vota, ma è colui che è disposto a fare della sua vita un continuo investimento capitalista nel pieno denso della parola.  “Avere una vita” significa investire denaro, sforzo e tempo nella gestione della propria vita, riconvertirsi permanentemente. Cittadino è colui che si adatta alle esigenze della realtà e sa convertirsi in un autentico pezzo della realtà. Non è esagerato affermare che cittadino è colui che non è padrone della sua vita, ma suo schiavo. Questa conversione in unità di mobilitazione finisce non appena si maifesta un barlume di noi. Il noi dell’antagonismo operaio e il noi delle lotte per il riconoscimento, seppure non è scomparso, è stato svuotato di futuro. Però questo non futuro non è liberatore, ma è ripetizione di quel che già conosciamo.

E senza dubbio il capitale, mentre ci fa la guerra, e farci la guerra significa convertirci intimamente in capitalismo, ricostruisce forzatamente un “noi”. Il noi che nasce dal malessere sfugge a una logica della visibilità, irrompe improvvisamente e si nasconde. Se dall’11 settembre la violenza è stata essenzialmente di matrice terrorista, la violenza sta conquistando giorno dopo giorno un carattere sempre più sociale.

Con la crisi attuale, come abbiamo già detto, ilo capitalismo trionfa persino nel momento stesso in cui costruisce il suo nemico interno. Il conflitto che serviva da funzione di ordine si converte, in un rumore di fondo. Il rumore di fondo, l’uomo anonimo e il suo malessere sono il nuovo grande pericolo. Sono nemici tutti quelli che non sopportano che la loro vita sia schiacciata dalla mobilitazione globale. Nemici in ultima istanza siamo tutti. Con ragione, l’oracolo di Davos riunito nel suo rifugio svizzero ha avvertito poco tempo fa: “La severe crisi economica potrebbe creare reazioni sociali violente”. Questa è la grande paura. Che questo rumore di fondo sovrasti la musica, che la disperazione si converta in collera. Che questo noi, in silenzio e nella notte, finisca per rovesciare completamente la figura diurna del cittadino. Loro hanno il giorno noi abbiamo la notte. Il cittadino al quale i politici si rivolgono perché stringa la cintura della crisi, non esiste in quanto tale. È un’entelecheia, un espediente retorico per veicolare un discorso di sottomissione che permetta di prolungare il disboscamento del capitale. Il cittadino è stato ridimensionato come pezzo essenziale della mobilitazione sociale. Ci chiamano in causa come cittadini quando in verità vogliono che siamo solo unità mobilitate. È oora di abbandonare questo involucro vuoto, questa figura retorica dalla cui bocca parla solo la voce del potere. Come ciittadini, agendo come cittadini, abbiamo perso la guerra fin dall’inizio. E se dunque la smettessimo di essere cittadini?

In: Alfabeta2.05, Smettiamola di essere cittadini.

Apr
29

Diceva Nietzsche che l’eccesso di senso storico sottrae l’uomo al presente e lo annulla nel divenire. Evidentemente “santa Maria” Gelmini ha preso alla lettera l’insigne filosofo. È così che l’orario cattedra per l’insegnamento della storia nei licei (scientifici) è passato dalle tre alle due ore settimanali per tutte le tre classi, e lo stesso dicasi per la filosofia. Non vorrei apparire biecamente schiacciato su posizioni corporative, essendo direttamente coinvolto nella questione. La devastazione è ben più ampia, e riguarda praticamente tutte le cattedre delle scuole superiori. La riduzione dell’orario settimanale dalle trenta ore attuali a ventisette non è altro, infatti, che un modo per tagliare posti di lavoro. Così l’accorpamento degli indirizzi si trasforma in un’ulteriore potatura di interi “rami del sapere”, come quello musicale, che, essendo confluito nei cosiddetti Licei coreutici, priva tutti gli altri indirizzi di qualsiasi accenno a questo fondamentale veicolo culturale dell’umanità. Tra parentesi: in Piemonte ci sarà un unico Liceo coreutico, e precisamente a Novara (la città del nuovo governatore). Risultato: a Torino l’insegnamento musicale sparisce di brutto.
Chi non ha pratica d’insegnamento farà ovviamente fatica a comprendere fino in fondo il significato di questa operazione. Semplice: nei tre anni terminali delle superiori il programma ministeriale prevede lo studio della storia universale dal Medioevo ai giorni nostri, unita a uno specifico corso di educazione civica. Una faccenda da niente già così,  figuriamoci con la perdita secca di trentatre ore all’anno. Mentre per la filosofia ora si chiede agli insegnanti di comprimere la storia del pensiero dai “presocratici” a Hegel in due anni, dedicando il terzo esclusivamente al Novecento. Praticamente un Bignami.
A fronte di questa amenità, gli stessi programmi chiedono, tra gli obbiettivi didattici, quanto segue:

«Al termine del percorso liceale lo studente dovrà essere consapevole del significato della riflessione filosofica come modalità specifica e fondamentale della ragione umana che, in epoche diverse e in diverse tradizioni culturali, ripropone costantemente la domanda sulla conoscenza, sull’esistenza dell’uomo e sul senso dell’essere e dell’esistere; dovrà inoltre acquisire una conoscenza il più possibile organica dei punti nodali dello sviluppo storico del pensiero occidentale, cogliendo di ogni autore o tema trattato sia il legame col contesto storico-culturale, sia la portata potenzialmente universalistica che ogni filosofia possiede.

A tale scopo sarà necessario inserire ogni autore in un quadro sistematico, leggendone direttamente i testi, anche se solo in parte, in modo da comprenderne volta a volta i problemi e valutarne criticamente le soluzioni.

La conoscenza degli autori e dei problemi filosofici fondamentali dovrà aiutare lo studente a sviluppare la riflessione personale, l’attitudine all’approfondimento e la capacita di giudizio critico; particolare cura dovrà essere dedicata alla discussione razionale, alla capacita di argomentare una tesi, riconoscendo la diversità dei metodi con cui la ragione giunge a conoscere il reale, e all’importanza del dialogo interpersonale.

Lo studio dei diversi autori e la lettura diretta dei Toro testi dovranno essere focalizzati sui seguenti problemi fondamentali: l’ontologia, l’etica e la questione della felicità, il rapporto tra la filosofia greca e le tradizioni posteriori, in primo luogo religiose, la scienza moderna e la filosofia, problema della conoscenza, il senso della bellezza, la libertà e il potere nel pensiero politico, nodo quest’ultimo che si collega alto sviluppo delle competenze relative a Cittadinanza e Costituzione. Lo studente dovrà essere in grado di contestualizzare le questioni filosofiche e i diversi campi conoscitivi, di comprendere le radici concettuali e filosofiche delle principali correnti e dei principali problemi della cultura contemporanea, di individuare i nessi tra la filosofia e le altre discipline.»

C’è bisogno di aggiungere altro? Lunga vita alla Signora!

Apr
05

Effetto Boomerang

postato da Maurizio Chatel in Polemiche

Avevamo cantato vittoria. Dopo tre anni di lavoro e con un progetto didattico innovativo pronto all’uso, la fortuna (dicevamo) ci aveva aperto la strada della visibilità e del confronto pubblico grazie a una legge statale tanto inattesa quanto “misteriosa”. La circolare Gelmini sui libri di testo poteva essere l’occasione per concretizzare alcune idee già da tempo formicolanti ma, fino ad ora, senza santi in Paradiso. Ma anche i santi possono giocare brutti scherzi. Il fatto è che avevamo fatto i conti senza l’oste, anzi: senza l’osteria della sinistra. Una sinistra senza identità e senza idee, se non quelle mutuate dalla necessità e insaccate nel sale della sconfitta.
Sembra che l’idea del testo digitale non incontri il favore della scuola. Ma qual è l’idea che la scuola (presidi e docenti) ha del testo digitale? Sicuramente, fino a pochissimi mesi or sono, nessuna; adesso, quella divulgata sull’onda dell’avversione politica. Sindacati di base ed esperti di settore di sinistra hanno buon gioco nel demonizzare il bambino insipientemente immerso nell’acqua sporca di una riforma assurda e decostruzionista, concepita per picconare le ultime difese del diritto allo studio. Stupisce che sempre, immancabilmente, manchi il coraggio di affrontare le questioni nel merito senza trasformarle in demagogia e instrumentum diaboli.
In sostanza: quest’obbligo dell’adozione calato dall’alto senza la minima preparazione strutturale, finanziaria e culturale, è indubitabilmente scandaloso. Il principio stesso che una scelta di così ampio respiro e dalle così vaste conseguenze sia stata decisa senza una consultazione degli esperti e degli addetti ai lavori (editori, autori, docenti) e senza una larga progettualità nazionale, è umiliante. Si può senza tremore affermare che sia quanto di peggio si sia mai visto nella storia della scuola italiana. Ma la “cosa” non finisce qui, come invece vogliono far credere gli opinionisti benpensanti. Aggredire i tentativi di rinnovamento e di sperimentazione con il martello dell’ideologia è cosa che degrada e svilisce anche le migliori intenzioni. Invece di fare di ogni erba un fascio, quasi fosse una “colpa” l’aver concepito un modo diverso di apprendere, o addirittura come se improvvisamente alcuni piccoli editori progressisti avessero stretto un patto diabolico col Tychoon nazionalpopolare per cavalcare la tigre del conflitto d’interessi, sarebbe più intelligente riflettere su cosa sta davvero succedendo tra i “nativi digitali”, al di là di ogni possibile e non sempre furba dietrologia.
Qui non si vuole affermare che, ogni tanto, anche la destra ha delle buone idee. Si chiede semplicemente di distinguere quello che avviene nella sfera della comunicazione dall’uso che la politica ne fa. Si può capire che, particolarmente in Italia, questo sia un esercizio difficile e, diciamolo, rischioso; ma rifiutarsi di farlo per principio nuoce all’intelligenza e non produce di certo una migliore coscienza delle cose. Che la scuola italiana sia in ritardo è cosa che, a furia di essere ripetuta, ha finito per trasformarsi in realtà; ma tutto considerato, dal livello dei dibattiti in corso, si può cominciare a pensare che tutta la cultura italiana sia ormai in preda a un irreversibile alzeihmer intellettuale.

  Maurizio Chatel

Maurizio Chatel è il responsabile dell’area umanistica della BBN, curatore di collana e autore di testi di storia e filosofia. Insegna al liceo, ma non è per questo che è stanco, anzi... la depressione lo afferra quando cominciano a volteggiare per i corridoi della scuola i rappresentanti delle “grandi” case editrici. Per questo motivo ha raccolto la sfida di Noa Carpignano, facendosi carico di una missione impossibile. Nei momenti liberi rilascia interviste e va in cerca di grane.
Malgrado tutti questi difetti, ai suoi allievi piace così com’è.